Mercati Generali – la natura a lavoro

Mostra laboratorio ideata da Stalker

Esistono a Roma alcuni, incredibili quanto nascosti, spazi di rinaturazione spontanea, li abbiamo esplorati in tre anni di cammini con il progetto Spontaneamente. Celebrare la natura selvatica in città, tra il 2020 e il 2022. Li abbiamo resi teatro di formazione con studentesse e studenti. Li abbiamo chiamati Ecosistemi Insorgenti, perché insorgono creativamente in risposta ad azioni antropiche, estrattive e speculative, segnandone, quando riescono, il fallimento. I due casi più incredibili sono il lago Bullicante e appunto i Mercati Generali, il primo da anni alla ribalta della cronaca per le lotte che abitanti del quartiere portano avanti per il suo riconoscimento e tutela, il secondo, a tutt’oggi invisibile e indifeso, è quello che vorremmo svelarvi. 

A detta dell’ecologo Giuliano Fanelli, qui si sta miracolosamente riproponendo quello che era l’habitat fluviale prima che Roma nascesse. Sono infatti migliaia i pioppi bianchi e i salici che hanno iniziato a generare una foresta fluviale.

Come rendere visibile questo piccolo paradiso nascosto? Come difenderlo da un destino edilizio che ne cancellerebbe ogni traccia? Come costruire attorno a questo raro e fragile bene comune una comunità di vicinato e di intenti in grado di difenderlo e prendersene cura? Cosa può fare l’arte con e per questa forma non umana di intelligenza e creatività?

Queste le domande che abbiamo condiviso con la comunità itinerante e in formazione reciproca con cui ci accompagniamo, cercando un accesso al possibile adiacente che si nasconde dietro le mura di questo Asylum naturale affinché divenga definitivamente realtà e non svanisca come fanno i sogni. La stessa mostra, che chiamiamo laboratorio non avendo ancora trovato risposte e soluzioni, è una delle tante idee individuate per rispondere a queste domande. Un modo per avvicinare il quartiere all’arte e la galleria al quartiere.

(Lorenzo Romito)

Stalker, Giulia Fiocca e Lorenzo Romito con Mina Darvishi, Maia Evangelisti, Michela Fabriani, Giuliano Fanelli, Sean Forti, Silvio Galeano, Sophia Horak, Alessandro Ianni, Morteza Khaleghi, Miranda Lopez Ortega, Chiara Mangia, Pietro Masiello, Tetiana Shtykalo, Myrice Tansini a cura di Mateusz Dalla Torre.

Con la partecipazione di SUN, Scuola di Urbanesimo Nomade.

In collaborazione con il Dipartimento di Space and Design Strategies, Kunst Universitaet Linz; Master di Environmental Humanities, Università Roma Tre; il corso di Progettazione interventi urbani e territoriali – Arte Pubblica presso NABA, Nuova Accademia di Belle Arti, Campus di Roma.

SCHEDA INFORMATIVA

MOSTRA: MERCATI GENERALI – la natura a lavoro

LUOGO: The Gallery Apart – Via Francesco Negri, 43, Roma

INAUGURAZIONE: 12.12.2024 dalle ore 18:30 alle ore 21:00

DURATA MOSTRA: 13.12.2024 – 18.01.2025

ORARI MOSTRA: dal martedì al sabato 15:00 – 19:00 e su appuntamento

Per i l periodo dal 13/12/2024 al 04/01/2025 la galleria sarà aperta dalle ore 11:00 alle ore 19:00, dal lunedì al sabato, escluso prefestivi e festivi

INFORMAZIONI: The Gallery Apart – tel. 0668809863 – info@thegalleryapart.it – www.thegalleryapart.it

STALKER è un soggetto collettivo nato nel 1995, che compie ricerche e azioni sul territorio con particolare attenzione alle realtà di margine, territori in abbandono e in trasformazione. La modalità di intervento proposta da Stalker è sperimentale, fondata su pratiche spaziali esplorative, di ascolto, relazionali, conviviali e di progettazione collaborativa, attivate da dispositivi di interazione creativa con l’ambiente investigato, con gli abitanti, con gli immaginari e con gli archivi della memoria. Tali pratiche e dispositivi sono finalizzati a catalizzare lo sviluppo di processi evolutivi auto-organizzanti.

Dal 2017 ha dato vita alla SUN, Scuola di Urbanesimo Nomade, itinerante, conviviale e ludica, all’aperto e aperta a tutt*, con o senza permesso di soggiorno. La SUN è un percorso di apprendimento reciproco, esplorativo e sperimentale, per formarsi alla creatività sociale e all’azione collettiva. Si invita chi vi partecipa alla presenza, al rispetto de* altr*, all’ascolto dei luoghi e di chi li abita, alla convivialità e all’interazione creativa con l’inatteso e l’estraneo. Tra i progetti realizzati con la SUN: A-ghost City (Nightwalks) 1° e 2° edizione 2017-2018; N come Neghentropia, esplorare, comprendere e aver cura del selvatico a Roma Est, 2019; L’inatteso a Roma Est, 2019; Spontaneamente, celebrare la natura selvatica in città, 2020-2023. La Zattera, alla deriva tra storie e immaginari della città invisibile (1870-2020), 2020-2023.

Installation view, Mercati Generali, la natura a lavoro, mostra laboratorio a cura di Stalker.
Michela Fabriani e Miranda Lopez Ortega, 10.1 (2023), Installazione: audio, 10 leggii, 10 disegni a bic, un telo e una pietra nera.
Installation view, Mercati Generali, la natura a lavoro, mostra laboratorio a cura di Stalker.
Alessandro Ianni, Probing through Digital Markets (2024), 4 pannelli in plexiglass.
Installation view, Mercati Generali, la natura a lavoro, mostra laboratorio a cura di Stalker.
Installation view, Mercati Generali, la natura a lavoro, mostra laboratorio a cura di Stalker.
Installation view, Mercati Generali, la natura a lavoro, mostra laboratorio a cura di Stalker.
Tetiana Shtykalo, TOUCHABILITY (2024), calchi in argilla bianca, dettagli.
Tetiana Shtykalo, TOUCHABILITY (2024), calchi in argilla bianca, dettagli.
Installation view, Mercati Generali, la natura a lavoro, mostra laboratorio a cura di Stalker.
Installation view, Mercati Generali, la natura a lavoro, mostra laboratorio a cura di Stalker.
Installation view, Mercati Generali, la natura a lavoro, mostra laboratorio a cura di Stalker.

Tremit ante arescit

Anna Fiedlerová, Václav Girsa, Eva Koťátková, Jiří Kovanda, Dominik Lang, Anna Ročnová 

a project by Dominik Lang

03.03.2022 – 22.04.2022

Exhibition views

Works

Invited to exhibit for the third time in the spaces of The Gallery Apart, Dominik Lang assumes the role of an architect of exhibitions by conceiving a site-specific project for the gallery and bringing together artists spanning different generations who from Prague, the city where they are sharing their activity, have innervated and continue to liven up the international artistic scene. 

The title Tremit ante arescit is inspired by the scientific language of botany to highlight the fragility of the natural processes that the exhibiting artists draw from the life experience in the open spaces to transpose them within the gallery spaces. These are processes that typically in nature escape attention due to their ephemeral and swift character, to the lack of attention towards nature and, unfortunately, in many cases because of a misinterpreted and overwhelming sense of human centrality that too often has led to consider nature a resource to be exploited rather than being respected and protected. Only recently, and we hope it is not too late, we have begun to realize that the indiscriminate and senseless exploitation of the planet will result in the cutting of that branch on which the humanity is perched.

Anna Fiedlerová, Václav Girsa, Eva Koťátková, Jiří Kovanda, Dominik Lang and Anna Ročňová interpret the exhibit and the exhibition spaces as a choir where the different voices are modulated and coordinated to pursue a homogenous result. Drawing on the natural world, the artists (three women and three men) present their works like the petals of a single flower, placing their personal sensitivity in harmony with the cyclical patterns of nature, modulating them according to the dichotomies found in nature, starting from the dichotomy that counterposes growth to wilting.

The staging of the exhibition conceived by Lang also contributes to interpreting it as an autonomous ecosystem, where the artworks are arranged so as to follow the architectural layout of the gallery on three floors: that is exactly what occurs when nature is not contaminated by the human constructions and spreads partly underground, partly on the earth, and partly over the earth.

In collaboration with Centro Ceco Rome.

Chiamato ad esporre per la terza volta negli spazi di The Gallery Apart, Dominik Lang decide di vestire i panni dell’architetto di mostre ideando un progetto site specific per la galleria e chiamando a farne parte artisti di differenti generazioni che da Praga, città in cui condividono la residenza, hanno innervato e continuano a vivacizzare la scena artistica internazionale.

Tremit ante arescit è il titolo declinato non a caso nella lingua scientifica della botanica per sottolineare la fragilità dei processi naturali che gli artisti in mostra traggono dall’esperienza di vita nei luoghi aperti per trasporli all’interno dello spazio della galleria. Sono processi che in natura di solito sfuggono all’attenzione dell’uomo, per il loro carattere effimero e veloce, per disattenzione ai temi della natura e in molti casi per un malinteso e purtroppo ormai soverchiante senso di centralità dell’uomo che ha troppo spesso portato a considerare la natura come una risorsa a disposizione, da sfruttare anziché rispettare. Solo da poco, e speriamo non troppo tardi, si è cominciato a comprendere che lo sfruttamento indiscriminato e insensato del pianeta corrisponde al taglio del ramo su cui l’umanità è seduta.

Anna Fiedlerová, Václav Girsa, Eva Koťátková, Jiří Kovanda, Dominik Lang e Anna Ročňová interpretano la mostra e i luoghi di esposizione come un coro dove le diverse voci sono modulate e coordinate per conseguire un risultato omogeneo. Ispirandosi al mondo naturale, gli artisti (tre donne e tre uomini) declinano i loro lavori come petali di un unico fiore, ponendo la loro sensibilità individuale in sintonia con la ciclicità della natura, modulandoli secondo dicotomie presenti in natura, a partire da quella che contrappone crescita e appassimento.

Anche l’allestimento ideato da Lang contribuisce alla lettura della mostra quale autonomo ecosistema, con la disposizione delle opere che segue l’andamento architettonico della galleria disposta su tre piani: esattamente come accade quando la natura non è contaminata dalle costruzioni dell’uomo e si dispone in parte sottoterra, In parte sulla terra e in parte al di sopra della terra.

In collaborazione con Centro Ceco Roma.

DIMORE

Mariana Ferratto, Rowena Harris, Luana Perilli

10.05.2021 – 12.06.2021

Exhibition Views

Works

Each era presents new junctions that capture attention, polarise opinion, and call for intellectual effort in influence over them, for better or for worse. These junctions arrive when, after a long incubation, great themes of humanity reach the point of maturation, or as sudden urgencies felt in the effects of technological revolution. In their unpredicted arrival such intersections produce a scenario where clashes and entanglements become the mode to explore until either a route is found for humanity to progress, or equally where it will be overwhelmed and undone.

Amongst those which qualify in these terms for our current historical phase at the global level, it may be migration, the pandemic, and climate change as the three key issues that assume maximum importance. Each of these themes is a world in its own right, with infinite facets, implications and consequences – each of strong influence over human and planetary relations, and each determinative of rules, modalities, and qualities of living in the world. Gathered into intersection within the DIMORE exhibition, the works of Mariana Ferratto, Rowena Harris and Luana Perilli offer three partial perspectives as keys to reading this way of living, shown through the diversity of their respective researches, choice of media, and thematics conveyed.

The three artists explore the shape of living through different angles, and where these trajectories converge through their shared approached in circumnavigating the intimate and domestic, in pursuit of the relationship between self and the inhabited environment. Housing can be considered more broadly as the inhabitation of environment – the making of space for the human needs we have to deal – and where the environment is present to this space even if, and indeed when, there will no longer be humanity. Home is the affective, spiritual dimension, of the people closest to us and with whom we share physical and mental space, be they our dearest affections or strangers that we welcome as the gesture of friendship to be built. It is a welcome that starts from the inadequacy of the very concept of migrant, which implies a free will that does not really exist. To be home within one’s own skin, is to speak of the human body as seemingly closed and perfect mechanism that we imagine provide us with a sense of total reliability and protection, when it may instead be a porous home by definition, due to the innate openings of the skin and intrinsic relationality of the human immune system with the environment. 

Luana Perilli takes a multidisciplinary approach by presenting a set of works ranging from ceramics and video. Inspired by the poem “The Treehouse” by James A. Emanuel, the artist identifies the treehouse as a physical and mental refuge, a return to childhood and adolescent gestations and transformations, a time of waiting. “To every man His house below And his house above With perilous stairs Between”: this is how Emanuel’s poetry ends, and Perilli wanted to walk those stairs, dialoguing with rare creatures such as the leucistic blackbeest, a natural anomaly bringing changes and magic that the artist has made the protagonist as well as other imaginary/real creatures of the forest that populate his multimedia intervention. The treehouse is also a reminder of that particular moment in adolescence when everything is a potential adamantine ready to exceed itself or give way to the squalor of the ordinary, at that moment of threshold that contains the concentration before the jump. It is reflecting on this that Perilli conceives the installation “Narcissus (portrait of the archangel Michael as a boy)”, inspired by the “Portrait of a Young Man” by Luca della Robbia and “Narcissus and Boccadoro” by Herman Hesse.

More aimed at the cultivation and protection of feelings is the interpretation of the living offered by Mariana Ferratto. The artist seems to provide a map of the places where spirituality is in, be they meticulously drawn small nests or a huge mother who becomes home for her cubs. In the video “Madame Maison” the installation dimension is functional to the use of the message: a gigantic woman interacting with children the size of adults, a woman motionless to denounce the paralyzing condition of women, even more so in the current pandemic situation. The imposing figure (the lady of the house) is clothed as an ancient lady and offers the central opening of her large skirt to the availability of two children who live there playing and simulating acts such as cooking, eating, sleeping, cleaning. In the choice of games, all projections of typically domestic activities, children elect their mother to the place of habitation. “Archive. An attempt to understand how to build a nest” is the title of the drawings that the artist has grouped on large sheets. These are meticulous designs, which reproduce leaves, small branches and mud with which each volatile species has built its own shelter. A slow and detailed work that the artist defines as a kind of mantra, to emphasise its dimension of welcome and refuge for one’s feelings.

Finally, Rowena Harris offers her interpretation of living in terms of the human body, as that inhabited, situated and interactive with the material, social and political environment. The film “Molecular Multiplicities” is an inspection of the human as a body of visual, social and scientific construction. It playfully partners a realistic 3D scan of a middle-aged white man as a problematic ‘non-identity’ tied closely to dominant concepts of the human. A scientific narrative partners describing and troubling the self / other logic of the human immune system, and, though accounting its orifices, reveals the promise of the skin’s protection as a visual mirage. If the video provokes a problematised image of the body as a protective container from external agents, the installation “Waves and Waves” jostles the viewer into invisible interaction with the work. Viewing takes place with the flow of air and movement of other bodies, as the two silk images gently dance a dialogue about their invisible relation in space and in life – of the medical technology that comes to understand a mind and vice versa, in ways that maybe ineffable and of a knowledge that is embodied.

Ogni epoca storica presenta snodi capaci di polarizzare l’attenzione dell’opinione pubblica e lo sforzo intellettuale di chi è chiamato, nel bene o nel male, ad influenzarla. Sono grandi temi che arrivano a maturazione dopo lunga incubazione o che si manifestano in tutta la loro repentina urgenza quali effetti dell’uso virtuoso o scellerato delle nuove tecnologie. Scenari più o meno inaspettati rispetto ai quali ci si scontra, ci si arrovella, ci si aggroviglia fino a che si trovano soluzioni che consentono all’umanità di progredire o viceversa di esserne travolta.

Fra le tematiche che qualificano l’attuale fase storica a livello planetario, tre assumono oggettivamente il rilievo massimo: le migrazioni, la pandemia, i cambiamenti climatici. Ciascuno di questi temi è un mondo a sé, con infinite sfaccettature, implicazioni e conseguenze. Sono questioni che influenzano fortemente il rapporto tra l’umanità e il pianeta che la accoglie, determinando regole, modalità e qualità dell’abitare il mondo. I lavori di Mariana Ferratto, Rowena Harris e Luana Perilli riuniti nella mostra DIMORE ne propongono una chiave di lettura parziale ma omogenea seppure nella diversità delle rispettive ricerche, della scelta dei media e dei contenuti trasmessi.

Le tre artiste scandagliano la dimensione del dimorare da angolazioni diverse, non ricercandone i risvolti intimi e domestici, al contrario evidenziando il rapporto tra il sé e l’ambiente che ci circonda e ci contiene. Dimora è quindi l’habitat con cui entriamo, volenti o nolenti, in contatto e con le cui necessità dobbiamo fare i conti, perché la natura ci sarà sempre anche se e quando non ci sarà più l’uomo. Dimora è la dimensione affettiva, spirituale, le persone che ci sono più vicine e con cui condividiamo spazio fisico e mentale, siano esse i nostri affetti più cari o estranei che dobbiamo accogliere in nome di un sentimento tutto da costruire e che ancora non è stato nominato, un’accoglienza che parta dall’inadeguatezza del concetto stesso di migrante, che sottintende un libero arbitrio in realtà inesistente. Abitare la propria pelle significa parlare del corpo umano come meccanismo apparentemente chiuso e perfetto che ci fornisce un senso di totale affidabilità e protezione, pur essendo invece, a diverse scale, poroso per definizione a causa dei suoi numerosi orifizi e delle interazioni del sistema immunitario con l’ambiente

Luana Perilli adotta un approccio multidisciplinare presentando un insieme di lavori che spaziano tra ceramica e video. Ispirandosi alla poesia The Treehouse di James A. Emanuel, l’artista individua nella casa sull’albero un rifugio fisico e mentale, un ritorno alle gestazioni e trasformazioni infantili e adolescenziali, un tempo di attesa. Ad ogni uomo la sua casa sotto e la sua casa sopra, in mezzo scale pericolose: così termina la poesia di Emanuel e Perilli ha voluto percorrere quelle scale, dialogando con creature rare come il merlo leucistico, anomalia naturale portatrice di cambiamenti e magie che l’artista ha reso protagonista al pari di altre creature immaginarie/reali del bosco che popolano il suo intervento multimediale. La casa sull’albero è anche un richiamo a quel particolare momento dell’adolescenza in cui tutto è un potenziale adamantino pronto ad eccedere se stesso o cedere il passo allo squallore dell’ordinario, a quel momento di soglia che contiene la concentrazione prima del salto. E’ riflettendo su questo che Perilli concepisce l’installazione “Narciso (ritratto dell’arcangelo Michele da adolescente), ispirato al “Ritratto di giovinetto” di Luca della Robbia e a “Narciso e Boccadoro” di Herman Hesse.

Più rivolta alla coltivazione e protezione dei sentimenti è l’interpretazione dell’abitare offerta da Mariana Ferratto. L’artista sembra fornire una mappa dei luoghi in cui alberga la spiritualità, siano essi dei piccoli nidi minuziosamente disegnati o una madre enorme che diventa casa per i suoi cuccioli. Nel video “Madame Maison” la dimensione installativa è funzionale alla fruizione del messaggio: una donna gigantesca che interagisce con bambini dalle dimensioni di adulti, una donna immobile a denunciare la paralizzante condizione femminile, ancor più nell’attuale congiuntura pandemica. L’imponente figura (la signora della casa) è abbigliata da antica dama ed offre l’apertura centrale della sua grande gonna alla disponibilità di due bambini che la abitano giocando e simulando atti come cucinare, mangiare, dormire, pulire. Nella scelta dei giochi, tutte proiezioni di attività tipicamente domestiche, i bambini eleggono la loro madre a luogo di abitazione. “Archivio. Tentativo di capire come si costruisce un nido” è il titolo dei disegni che l’artista ha raggruppato su grandi fogli. Si tratta di disegni minuziosi, che riproducono foglie, piccoli rami e fango con cui ciascuna specie volatile ha costruito il proprio rifugio. Un lavoro lento e dettagliato che l’artista definisce come una sorta di mantra, a sottolinearne la dimensione di accoglienza e rifugio per i propri sentimenti.

Infine, Rowena Harris offre la sua interpretazione dell’abitare: un corpo abitato e che abita, un corpo situato e interattivo con l’ambiente materiale, sociale e politico. Il film “Molecular Multiplicities” è un’ispezione dell’umano come costruzione visiva, sociale e scientifica. L’immagine è associata ad una scansione 3D realistica di un uomo bianco di mezza età, una “non identità” problematica strettamente legata a concetti dominanti per l’umano. Un partner narrativo scientifico che descrive e interroga la logica del confronto tra il sé e l’altro propria del sistema immunitario umano e, pur contabilizzando i suoi orifizi, rivela la promessa della protezione della pelle come un semplice miraggio. Se il video provoca un’immagine problematizzata del corpo come contenitore protettivo da agenti esterni, l’installazione “Waves and Waves ” spinge lo spettatore all’interazione con l’opera. La visione è condizionata dal flusso dell’aria e dal movimento di altri corpi, mentre le due immagini stampate su seta danzano delicatamente dialogando sulla loro relazione invisibile nello spazio e nella vita – quella della tecnologia medica che arriva a comprendere una mente e viceversa, in modi forse ineffabili che incarnano la conoscenza.

Chilometro 0

Christophe Constantin, Marco De Rosa, Federica Di Pietrantonio,
Chiara Fantaccione, Roberta Folliero, Andrea Frosolini

curated by Porter Ducrist

27.06.2019 – 26.07.2019

Exhibition Views

Works

The Gallery Apart is proud to present Chilometro 0 (Zero Mile), a group show that brings together the works by the artists known as In Situ, a sort of artistic living organism who in Tor Bella Monaca, one of Rome’s most difficult neighbourhoods,  have founded 11 artist’s studios and an artist run space. A programme that features young international artists in the exhibition space and the sharing of the everyday art practice in the studio characterize this experience that intrigues and engages the city.  It is the responsibility of the gallery to point out such vitality in order to enable the artist to express in total freedom their poetics predicated on the intimate link between the artistic expression and existential condition, as well as on the calling into question of the roles of the various stakeholders involved in the art world: from the curator to the artist, from the spectator to the gallery owner. The exhibition is curated by Porter Ducrist, enigmatic and elusive embedded curator. Below is his presentation.

“We live in an image-based society, where representation is more important than the essence. In such confusion between signifier and signified, discerning between illusion and reality becomes nearly impossible. As we all are aware that everything is fiction, what is the role of art in our world? We can hide ourselves behind the moralism which makes art more like a parlor game than an ideological message or a quest of “the fair”. What is art? In such clichéd question, we can already grasp an answer. Art is art, why investigate? It is a certainty that does not need to be called into question! A status quo which is suitable to everyone but which does not lead anywhere, which does not see any future because it doesn’t look for it. If the art starts again from its genesis, it may continue to develop, and thus still be worthy of interest.

Let’s start from the absurd idea that art tries not to be interesting any longer. That the object exposed to the public is freed from any claim, message or added value. “What you see is what you see”, was the challenge launched by Frank Stella and which was taken up also by Donald Judd. The art that educes the reality to represent it as best as possible, starting from scratch through the concreteness of the trivial. Looking for nothing but to start anew, but this time on more solid foundations in order to go on after a too long, minimalist vegetative state. This starting point, this “Chilometro 0” would seem impossible because the importance of the history of art cannot, and should not, be denied, although it represents the only way through which the artist can continue to do what they have always had to do: urging the spectators to reflect by representing their current historical period.

As modern society seems a totalitarian system dominated by the spectacular, it is difficult for the artists to identify themselves as creators of images, since technology has deprived them of their monopoly. If everything is art, then nothing is art. A line of inquiry, a source of inspiration can stem from nothing, we can restart from nothing and it is from nothing that “Chilometro 0” attempts to urge the spectators to reflect. They find themselves immersed in a context where their role is as pivotal as that of the other stakeholders in the “Art” system, from the gallery owner to the curator, each of them called upon to take on new challenges and to represent themselves. Each artwork attempts to give shape to the specific task of each of these protagonists, to an extent that the artist is nearly relegated to the background in order to highlight what surrounds them. The real in art is definitely as detached and disconnected from the real as it is from many other things, but it is not less real than other realities. It is maybe from this statement apparently without rhyme or reason that “Chilometro 0” and the artists exhibited in the exhibition seek to represent the modern society, transforming the gallery into a window on reality.”

The Gallery Apart è orgogliosa di presentare Chilometro 0, mostra collettiva che propone il lavoro di alcuni degli artisti riuniti sotto il nome In Situ, sorta di organismo artistico vivente che a Tor Bella Monaca, una tra le più problematiche periferie romane, ha creato una realtà composta da 11 studi d’artista e un artist run space. Una programmazione di giovani artisti internazionali nello spazio espositivo e la condivisione quotidiana della pratica artistica in studio caratterizzano questa esperienza che intriga ed interroga la città. Ed è compito della galleria segnalare questa vitalità consentendo agli artisti di declinare in piena libertà la loro poetica fondata sullo stretto legame tra espressione artistica e condizione esistenziale, nonché sulla messa in discussione dei ruoli dei diversi soggetti in gioco nel campo artistico: dal curatore all’artista, dallo spettatore al gallerista. La mostra è curata da Porter Ducrist, enigmatico e sfuggente curatore embedded, di cui è di seguito riportato il testo di presentazione:

“Viviamo in una società basata sull’immagine, dove la rappresentazione è più importante dell’essenza. In questa confusione tra significato e significante è quasi impossibile distinguere il reale dall’illusione. Visto che siamo tutti consapevoli che tutto è finzione, qual è il ruolo dell’arte in questo mondo? Ci possiamo nascondere dietro un moralismo che rende l’arte più un gioco di società che un messaggio ideologico o una ricerca del “giusto”. Cos’è l’arte? Nella banalità di questa domanda si può già intuire una risposta. L’arte è arte, perché indagare? È una certezza che non necessita di essere rimessa in discussione! Uno status quo che conviene a tutti, ma che non porta da nessuna parte, non vede un futuro perché non lo cerca. Forse è ripartendo dalla sua genesi che l’arte può continuare a svilupparsi, e quindi continuare a essere degna d’interesse.

Partiamo dall’idea assurda che l’arte tenti di non esserlo più. Che l’oggetto esposto al pubblico venga liberato da qualsiasi pretesa, messaggio o valore aggiunto. “Quello che vedi è quello che è”, la sfida di Frank Stella ripresa da Donald Judd. L’arte che estrae la realtà per rappresentarla al meglio, rimettendosi in gioco tramite la concretezza del banale. Non cercando nient’altro che un punto di inizio per ricostruirsi e ripartire, ma questa volta su basi più sane per cercare almeno di continuare ad andare avanti dopo uno stato di vegetazione minimalista ormai durato troppo tempo. Questo punto di inizio, questo “Chilometro 0” sembrerebbe impossibile perché non si può negare l’importanza della storia dell’arte e non lo si deve fare, ma rappresenta l’unico modo con cui l’artista può continuare a fare quello che ha sempre dovuto fare, interrogare lo spettatore rappresentando il proprio periodo storico.

Considerando la società odierna un sistema totalitario dominato dallo spettacolo, diventa difficile per un artista continuare a identificarsi come creatore d’immagini, la tecnologia avendolo privato del suo monopolio. Se tutto è arte, niente lo è più. Dal niente si può trovare una bella pista di indagine, una fonte d’ispirazione, dal niente si può ripartire ed è dal niente che “Chilometro 0” cerca di interrogare lo spettatore. Quest’ultimo si trova immerso in un contesto in cui il suo ruolo è centrale quanto lo è quello degli altri attori del sistema “Arte”, dal gallerista al curatore, ognuno obbligato a rimettersi in gioco e a rappresentarsi. Ogni opera esposta cerca di dare forma in maniera concreta al compito specifico di ciascuno di questi protagonisti, al punto da collocare l’artista quasi in secondo piano così da mettere piuttosto maggiormente in luce quello che lo circonda. Il reale nell’arte è sicuramente tanto staccato dal reale quanto da tante altre cose, ma non lo rende comunque meno reale di altre realtà. È forse da questa frase senza capo né coda che “Chilometro 0” e gli artisti presentati in mostra cercano di rappresentare la società contemporanea, trasformando la galleria in una finestra aperta sul reale.”

COME IN QUICKLY, OTHERWISE I’M AFRAID OF MY HAPPINESS! XENIA AT THE TIME OF WAR

Chto Delat and Babi Badalov

18.09.2018 – 23.11.2018

Exhibition Views

Works

The law of hospitality opens up the possibility for contamination in that it calls for no governing body

such as a sovereign state or master of a home to establish laws and authority over another subject.

The state or master retains the capacity to be overthrown.

Most importantly, we must embrace hospitality as an interruption, an interruption of the self.

(from: Interruptions: Derrida and Hospitality di Mark W. Westmoreland)

The Gallery Apart is proud to present Come in quickly, otherwise I’m afraid of my happiness! Xenia at the time of war. Four years after their participation in the exhibition Subterfuge, the art collective Chto Delat (What is to be done?) from Petersburg, will return with a new exhibition hosted in the gallery spaces, this time along with Babi Badalov, artist nomad, currently based in Paris and the close friend of the collective who used to live in St. Petersburg in the Nineties and who share important artistic inspirations with Chto Delat since then.
Founded in 2003 by a group of artists, critics, philosophers ad writers engaged in political theory, art, and activism, Chto Delat takes its name from a novel by the writer Nikolai Chernyshevsky, which later also inspired the title for Lenin’s own publication, in which he outlined the organizational structure and strategy of the revolutionary party. In this view, Chto Delat sees itself as an artistic cell committed to a variety of cultural activities aimed at “knowledge production”. The collective exploits a range of media, from video and theater plays, to radio programmes and mural paintings. Their artworks are characterized by the use of estrangement effects, surreal scenery, the analysis of study cases involving concrete social and political struggles.
Visual artist and a poet, Babi Badalov expresses his art though visual poetry, sculptures, installations and live performances. His practice is mostly focused on language, on the linguistic explorations researching the limits and borders of language, on the personal experiences with foreign languages, both written and spoken, and on the possible overlapping of meanings and connections. Badalov’s art also explores language in order to emphasize key geopolitical issues.
Come in quickly, otherwise I’m afraid of my happiness! Xenia at the time of war is a reflection upon the concept of hospitality, so relevant and close to our everyday life and, at the same time, rich in profound and contradictory meanings with which also art and philosophy have to deal, particularly in the current historical phase of radicalization of the use, and of the definition itself, of the public space due to the so called “refugee crisis”. Taken from the novel The Laws of Hospitality by Pierre Klossowski, the first sentence of the exhibition’s title makes a reference to Xenia, the ancient Greek concept of hospitality, infused with generosity and courtesy.
Chto Delat and Babi Badalov investigate the shifts in meaning of the word “hospitality” as a result of the emergence of new technologies and strategies to acquire power and advance on the road to progress, strategies that seem to abandon the previous guidelines and the politics of commonality. The only hospitality known in the western world has always been subject to conditions based on rights, duties, obligations, etc. Disputes constantly arise regarding the legal and judicial aspects as well as the military actions aimed at limiting a phenomenon that “common” citizens, influenced by the media-induced mass hysteria, end up to consider a growing threat to their houses, to public order, the respect of the laws, and to what is called “civilization”.
Therein lies a partial truth, as we learned from philosophy that even a strictly regulated protocol of hospitality inevitably results in a threat of unconditional hospitality (those who host open themselves up to new experiences and, sweeping away the old laws, they become guest in their own house). However, at the same time, there is less debate about the utopia of the old European militants who imagined migrants / aliens / guests as a revolutionary force able to sweep away the law to establish a new communist world together with the liberated “host / master”. Few people are able to draw inspiration from such visions; today, the aim is to preserve the remnants of a basic humanism to provide unconditional support to those who need it.

The exhibition is a reflection of the moment when the remnants of the utopia merge with a bitter sense of lostness. And it is a reflection on the concept of hospitality, as a metaphor for openness to the new and the unexplored – an openness to the “virus” that may lead to danger or to salvation. In the radicalization of this idea, the theological component of faith – the belief in the possibility of transformation – is crucial.
The exhibition is structured around three films, shot by Chto Delat between 2011 and 2016, which depict in different ways the moment of seeking refuge, the protection from a menacing reality. Each of the three films is tragic in their own way. They do not give advice to those in search of salvation, but instead they affirm realistically that we are stripped of this condition of security and that it is necessary to open to a new situation. Only if faced with an unsolvable conflict, we are able to find a possibility of transformation. The graphic and textile artworks by Babi Badalov and Nikolay Oleynikov also reflect on the same topics creating independent spaces to interpret the phenomenon of hospitality between law and lawlessness. Gluklya Natalia Pershina-Jakimanskaya presents a group of delicate watercolors and drawings which come from a work that she is doing with the refugee community since 2012. Gluklya’s works are exhibited and sold (part of the income will go to Associations devoted to hospitality) together with works made by refugees. They are part of a broader program of shared projects which produced videos, textile works (Сonceptual Сlothes) and performances.

La legge dell’ospitalità schiude la possibilità di contaminazione in quanto non richiede che un
organo di governo come uno stato sovrano o il padrone di una casa stabilisca leggi e autorità su un altro soggetto.
Lo stato o il master conserva la capacità di essere rovesciato.
Soprattutto, dobbiamo abbracciare l’ospitalità come un’interruzione, un’interruzione del sé.
(da: Interruptions: Derrida and Hospitality di Mark W. Westmoreland)

The Gallery Apart è orgogliosa di presentare Come in quickly, otherwise I’m afraid of my happiness! Xenia at the time of war. A quattro anni dalla loro partecipazione alla mostra Subterfuge, il collettivo pietroburghese Chto Delat (Che fare?), torna ad esporre negli spazi della galleria, questa volta insieme a Babi Badalov, artista nomade attualmente di stanza a Parigi, amico intimo del collettivo che negli anni Novanta ha vissuto a San Pietroburgo condividendo sin da allora importanti ispirazioni artistiche con Chto Delat.
Fondato nel 2003 da un gruppo di artisti, critici, filosofi e scrittori impegnati ad affrontare temi attinenti la politologia, l’arte e l’attivismo , Chto Delat mutua il nome dall’omonimo romanzo di Nikolai Chernyshevsky, titolo successivamente adottato anche da Lenin per il suo celebre testo in cui viene delineata la teoria organizzativa e la strategia del partito rivoluzionario del proletariato. In quest’ottica, Chto Delat si propone quale cellula artistica votata a diverse tipologie di attività culturali e di produzione di conoscenza. Il collettivo adotta diversi media, dai video alle rappresentazioni teatrali, ai programmi radiofonici, alle pitture murali. Le loro opere sono caratterizzate dall’uso di effetti spaesanti, da scenari surreali, dall’analisi di casi di studio che coinvolgono concrete battaglie sociali e politiche.
Artista visuale e poeta, Babi Badalov si esprime attraverso interventi di poesia visiva, sculture, installazioni e performance. Il suo lavoro è focalizzato sul linguaggio, sui suoi limiti e confini, sulle personali esperienze con lingue straniere scritte e parlate e sulle possibili sovrapposizioni di nessi e significati. Il linguaggio viene altresì indagato da Badalov come strumento attraverso cui enfatizzare grandi questioni geopolitiche.
Come in quickly, otherwise I’m afraid of my happiness! Xenia at the time of war è una riflessione sul concetto di ospitalità, così vicino alla quotidianità di ciascuno e nel contempo ricco di significati profondi e contraddittori con cui arte e filosofia devono confrontarsi, ancor più nell’attuale fase storica di radicalizzazione dell’uso e della stessa definizione di spazio pubblico dovuta alla cosiddetta “crisi dei rifugiati” Tratta dal romanzo Le leggi dell’ospitalità di Pierre Klossowski, la prima frase del titolo della mostra si accompagna al riferimento a Xenia, l’antico concetto greco di ospitalità intriso di generosità e cortesia.
Chto Delat e Babi Badalov si soffermano sui mutamenti di significato che la parola “ospitalità” sta assumendo in ragione dell’affermarsi delle nuove tecnologie e delle strategie con cui oggi si acquisisce potere e si avanza sulla strada del progresso, strategie che abbandonano le precedenti linee guida e la politica della comunanza. L’unica ospitalità che conosciamo in Occidente è sempre sottoposta a condizioni che fanno riferimento a diritti, doveri, obblighi, ecc. Sorgono continuamente dispute in merito agli aspetti legali e giudiziari e sulle misure militari volte a contenere un fenomeno che i cittadini “comuni”, condizionati dall’isteria collettiva prodotta dai mass media, finiscono per percepire come una minaccia crescente alle loro case, all’ordine pubblico, al rispetto della legge, a ciò che viene chiamato “civiltà”.
E in ciò si annida una parziale verità, perché sappiamo dalla filosofia che anche un protocollo di ospitalità strettamente regolamentato comporta inevitabilmente una minaccia di ospitalità incondizionata (chi ospita si apre a una nuova esperienza e, spazzando via tutte le vecchie leggi, diventa ospitato nella sua stessa casa). Ma, allo stesso tempo, si parla sempre meno dell’utopia dei vecchi militanti europei che immaginavano migranti / alieni / ospiti come una forza rivoluzionaria in grado di spazzare via la legge e stabilire un nuovo mondo comunista insieme all’”ospite / padrone” liberato. Pochi oggi sono capaci di ispirarsi a tali visioni; oggi si tratta di preservare i resti di un umanesimo basico per fornire assistenza incondizionata a coloro che ne hanno bisogno.

La mostra è un riflesso del momento in cui i resti dell’utopia si mescolano con un amaro senso di perdita. Ed è una riflessione sull’idea di ospitalità, come metafora dell’apertura al nuovo e inesplorato – un’apertura al “virus” che può condurre sia al pericolo che alla salvezza. Nella radicalizzazione di questa idea, la componente teologica della fede – la credenza nella possibilità di trasformazione – è importante.
La mostra è costruita attorno a tre film, realizzati da Chto Delat fra il 2011 e il 2016, che riflettono in modo diverso il momento in cui si cerca rifugio, la protezione da una realtà minacciosa. Tutti e tre i film sono tragici a modo loro. Non danno consigli a chi è in cerca di sicurezza, piuttosto affermano realisticamente che siamo privati di questa condizione di sicurezza e che è necessario aprire ad una nuova situazione. Solo di fronte a un conflitto insolubile, siamo in grado di trovare una possibilità di trasformazione. Anche Babi Badalov e Nikolay Oleynikov, con le opere grafiche e tessili, riflettono sugli stessi temi creando spazi autonomi dove interpretare il fenomeno dell’ospitalità tra legge e illegalità. Infine, Gluklya Natalia Pershina-Jakimanskaya realizza delicati acquerelli e disegni a grafite frutto di un lavoro che l’artista sta conducendo dal 2012 insieme a rifugiati. Le opere dell’artista sono esposte e proposte alla vendita (parte dei proventi vengono devoluti ad associazioni che si occupano di accoglienza) insieme a quelle di alcuni rifugiati e rientrano in un processo più ampio composto da diversi progetti condivisi con gruppi di rifugiati da cui scaturiscono opere video, tessili (Сonceptual Сlothes) e performance.

Selected Works

Gea Casolaro, Mariana Ferratto, Dominik Lang, Luana Perilli, Alessandro Scarabello, Marco Strappato

13.06.2017 – 22.09.2017

Exhibition Views

Gallery exhibitions, art fairs, active participations in solo shows and collective exhibitions in public and private institutions,  always chasing the myth of the new, of the original, of the research. This is the pace required of artists and galleries in an epoch characterized by a massive and rapid consumption of images. Indeed, because artworks too, whether they are videos, bidimensional or tridimensional, end up being enjoyed more often in the form of images on the social media or in the magazines than through the direct contact, either visual or tactile.
A constant encouragement to research and to commit themselves in the pursuit of conceptual or expressive innovation, or in the materials used, is a necessary and healthy ingredient  in the evolution in the work of an artist or in the activity of a gallery, thus supporting the tribute to contemporaneity without which progress would not be possible. Nonetheless, such fast pace, though fulfilling the social function of the contemporary artists and galleries, risks having a highly negative side effect, such as the sinking into oblivion of the works without reaching an audience appropriate to their value. At times, real masterpieces or strongly significant works of an artist’s path end up being viewed by a limited number of people, maybe because they are exposed only once, or by a not very captive or focused audience, as is the case of works realized for art fairs.
The Gallery Apart, which have always attached very great importance to the exhibitions hosted in their spaces and to the stand fittings during the fairs, have therefore had the privilege to support their artists in their art-making process, always embracing their wish to create  relevant and meaningful works. A complete corpus of works which was easy and spontaneous to approach in terms of selection, imagining an exhibit that, beyond the assonance and the tangencies detectable in the poetics and in the intentions of the involved artists, it was most of all an occasion to enjoy once again (and often for the first time for the Roman audience) works of an extremely high qualitative value.
Selected works, 
therefore, offers the occasion to admire some new photographic works by Gea Casolaro that are part of the Forever Montecarlo series, commissioned to the artist by the Société des Bains de Mer in Montecarlo to celebrate the 150th anniversary of its foundation, as yet exhibited only in Monte Carlo and New York but never in Italy. Likewise, some sculptures created by Luana Perilli for the Miart 2015 fair, will be on view for the first time in Rome, together with a group of striking collages created by the artist in 2006 on occasion of a collective exhibition. Moreover, the magnificent work Basement/Sous sol, realized by Dominik Lang for the Ce que raconte la solitude exhibit held in Marsille in 2014,will be on display for the first time in Rome. Moreover, there will be a great painting by Alessandro Scarabello from the Uppercrust series along with some of his well-known Heads, a selection of works from the series Tue d io and Ciao by Mariana Ferratto and two sculptural works by Marco Strappato.
With Selected works, The Gallery Apart wish to underline how a city like Rome, which during the Summer attracts large masses of visitors hailing from all over the world, including several contemporary art lovers, deserves the commitment of the people working in the field of culture even in a period of the year somewhat considered of lethargy. In line with the tradition of the greatest capitals of culture worldwide, where the ‘summer show’ format is interpreted by the major art galleries in the name of quality, Selected works aims to offer a moment of reflection focused on a highly significant collection of works realized by these artists.

Mostre in galleria, fiere, partecipazioni a personali o collettive in istituzioni pubbliche e private, sempre inseguendo il mito del nuovo, dell’inedito, della ricerca. Questo è il ritmo imposto ad artisti e gallerie da un contesto caratterizzato da un massiccio e rapido consumo delle immagini. Già perché anche le opere, siano esse video, bidimensionali o tridimensionali, finiscono spesso per essere godute più sotto forma di immagini nei social o nelle riviste che attraverso il contatto diretto, visivo e tattile.
Una costante sollecitazione a ricercare, ad applicarsi in termini di innovazione concettuale, espressiva o nei materiali utilizzati è ingrediente necessario e salutare nell’evoluzione del lavoro di un artista o dell’attività di una galleria, in ciò sostanziandosi il tributo alla contemporaneità senza il quale non vi sarebbe progresso. Pur tuttavia, un ritmo così incalzante, per quanto corrispondente alla funzione sociale di artisti contemporanei e gallerie di ricerca, rischia di avere un effetto collaterale fortemente negativo, la facile caduta nell’oblio di opere senza che esse abbiano raggiunto un pubblico confacente al loro valore. A volte veri e propri capolavori o comunque opere fortemente significative del percorso di un artista finiscono per essere viste da un numero esiguo di persone magari perché esposte una sola volta, o da un pubblico necessariamente poco attento e concentrato, come accade per opere realizzate in occasione di fiere d’arte.
The Gallery Apart, che da sempre annette enorme importanza alle mostre organizzate in galleria e agli allestimenti degli stand in fiera, ha avuto di conseguenza il privilegio di accompagnare e sostenere i propri artisti nella loro produzione, sempre assecondandoli nel desiderio di creare opere importanti e significative. Un corpus complessivo a cui è venuto spontaneo, ed anche facile, approcciarsi in termini di selezione, immaginando una mostra che, al di là delle assonanze e delle tangenze rilevabili nelle poetiche e negli intenti degli artisti coinvolti, fosse soprattutto un’occasione per godere di nuovo (e spesso per la prima volta per il pubblico romano) di opere di altissimo profilo qualitativo.
Selected works 
offre così l’opportunità di ammirare alcuni lavori fotografici di Gea Casolaro appartenenti alla serie Forever Montecarlo, commissionata all’artista dalla Société des Bains de Mer di Montecarlo per i 150 anni della sua fondazione, oggetto di una grande mostra a New York e ancora inedita in Italia. Così come per la prima volta a Roma sarà possibile vedere alcune sculture realizzate da Luana Perilli in occasione del suo solo show a Miart 2015, insieme a un gruppo di stupendi collages creati dall’artista nel 2006 in occasione di una mostra collettiva. Sarà possibile ammirare per la prima volta a Roma la magnifica opera Basement/Sous sol, realizzata da Dominik Lang per la mostra Ce que raconte la solitude tenutasi a Marsiglia nel 2014. E ancora, saranno in mostra un grande dipinto di Alessandro Scarabello dalla serie Uppercrust insieme ad alcune delle sue ben note Heads, una selezione di opere dalle serie Tu ed io Ciao di Mariana Ferratto e due opere scultoree di Marco Strappato.
Con Selected works, The Gallery Apart intende anche sottolineare come una città come Roma, che durante il periodo estivo accoglie enormi masse di visitatori provenienti da ogni parte del mondo e tra questi sicuramente molti amanti dell’arte contemporanea, meriti l’impegno degli operatori culturali che vi operano anche in un periodo tradizionalmente considerato quasi di letargo. In linea con la tradizione delle grandi capitali mondiali della cultura, dove il format “summer show” viene interpretato dalle più importanti gallerie d’arte all’insegna della qualità della proposta, Selected works vuole offrire un momento di recupero e riflessione focalizzato su un nucleo di opere estremamente significative degli artisti proposti.

biotic/abiotic

Emily Jones, Karen Kramer, Anna Mikkola & Matilda Tjäder, Andrea Zucchini / Salvatore Arancio, Chiara Camoni, Maria Loboda, Jacopo Miliani

curated by Hanna Laura Kaljo and Lucy Lopez

26.11.2014 – 24.01.2015

Exhibition Views

Works

biotic/abiotic acts as a coming together of different habitats – curated by Hanna Laura Kaljo and Lucy Lopez from the curatorial platform JupiterWoods in London, the project involves The Gallery Apart and the collection of the Nomas Foundation.
The connectivity between the biotic (of living organisms) and abiotic (of chemical and physical conditions), leads us to explore the dissolution of the boundaries of nature and culture. Within this chosen division of biotic/abiotic, the exhibition begins to explore different, contradictory and overlapping strands: an intuitive use of language as interference into accepted narratives; the distortion of the human experience of time when set against geological phenomenon; the inadequacy of language in approaching matter.
biotic/abiotic contains an articulated difference: between the work of artists with whom the curators have an ongoing working relationship, and works from the collection of the Nomas Foundation in Rome. The exhibition is concerned with the instability and connectivity at this interface.
An online publication accompanies the exhibition, developing throughout its duration and including material by the artists and curator. This acts as a potential continuation of the exhibition space, contextualizing the propositions set out by the show.

biotic/abiotic agisce come incontro di habitat diversi. Curata da Hanna Laura Kaljo Lucy Lopez, membri della piattaforma curatoriale JupiterWoods di Londra, il progetto coinvolge The Gallery Apart e la collezione Nomas Foundation.
La connessione tra biotico (proprio degli organismi viventi) e abiotico (proprio di condizioni chimiche e fisiche), ci porta a esplorare la dissoluzione dei confini della natura e della cultura. All’interno di questa divisione particolare tra biotico e abiotico, la mostra esplora filoni diversi, contraddittori e sovrapposti: un uso intuitivo del linguaggio come interferenza rispetto a narrazioni accettate; la distorsione dell’esperienza umana del tempo quando contrapposta ad un particolare fenomeno geologico; l’inadeguatezza del linguaggio nell’approccio alla materia in oggetto.
biotic/abiotic contiene una differenza articolata: tra le opere di artisti con cui i curatori hanno un rapporto di collaborazione continuativa e opere dalla collezione della Nomas Foundation. La mostra riguarda l’instabilità e la connessione in rapporto a questo confronto di opere.
Una pubblicazione online accompagna la mostra per tutta la sua durata e comprende il materiale relativo sia agli artisti che al curatore. Essa funge da potenziale prosecuzione dello spazio espositivo, contestualizzando le asserzioni proposte dalla mostra.

Un ringraziamento speciale a/special thanks to NOMAS FOUNDATION – Roma e a/and to Salvatore ArancioChiara CamoniMaria Loboda e Jacopo Miliani

ON THE STAGE

András Cséfalvay, Ilona Németh, Zuzana Žabková

curated by Lýdia Pribišová

10.07.2014 – 18.09.2014

Exhibition Views

Works

The On The Stage exhibition will present three Slovak artists focusing on the relationship between perception of an artwork, the spectator and the stage, representation and the related difficulties.

The main topic of works by András Cséfalvay include presentation of human ambitions, tendency towards saving the mankind, messianism, fallen heroes, inability to fulfil ambitions, and the emptiness of heroic deeds. These topics often appear in classical operas. András Cséfalvay will exhibit Maquette/Maketa – the work for which he received the 2009 Oskár Čepan Award, and one which is even today still among his most distinct works. This artist often utilises music in his works, even having recently released his own music album. The main protagonist of this work – a maquette of an opera – is András Cséfalvay himself, with the pivotal topic being his ambition to create a monumental epic opera, with a symphonic orchestra, epic stage design and everything else that it takes. Maquette/Maketa is a model of an opera, consisting of three video-projections evoking an opera scene. On the sides of a dark drapery, he projects static images of empty theatre loges, while the core of the projection – a sketch of an opera opus – takes place in the centre. The video, in which the author fully takes on the role of the main author, composer, director, musician, singer and actor, tells about several unfinished operas, with the individual parts being illustrated by the proposed musical and visual motives. The key storyline of the cycle presents the main protagonist in the centre of attention. In his story, we perceive his constant attempts to succeed and his consequent failures. András Cséfalvay is interested in opera mainly as in a Gesamkunstwerk – and creating it is supposed to prove his success, his achievement of a lifelong goal. The work is a maquette, and although it does work on its own as a standalone work of art, it also draws attention to the fact that an opera actually does not need to be ever finished.

Ilona Németh
 will present a monumental site-specific installation entitled Auditorium/Hľadisko, alluding to self-referencing, disturbing the roles of spectator and actor. A metal construction with plastic chairs resembling an open-air stadium. The interior construction akin to a scaffolding does not make up an independent statue, since it is always adjusted to the actual exhibition premises. This aggressive and at the same time fascinating construction, with its own rhythm and repetitive character,  also suggests the motive of an echo, the impossibility of a dialogue, a stalemate situation. Among other things, the project also refers to the currently complicated power relations within the institutions of contemporary art in the Central-European domain. In a similar way as András Cséfalvay’s opera, Ilona Németh’s project is about balancing on the edge between success and failure.

The video entitled Small Odyssey II (2011) by Zuzana Žabková is an introvert contemplation about the means of expression, about emptiness, and in a similar way as the other works, also about the possible failure. The video captures a play on piano, but the music instrument is not producing any melody; all we hear is the gentle sound of fingers touching the keys. The video is a specific choreography for hands. Ich ruf zu dir (2011) is the incomplete title of a Johann Sebastian Bach cantata that Zuzana Žabková used as a starting point for the realization of five pieces of sheet music. The red boxes are part of another work by Zuzana Žabková, ForRrose (2013),that refers to Marcel Duchamp and his alter ego Rrose Sélavy. However, in the context of the exhibition, the difficulty of hearing is evoked through the use of cotton swabs. Young artist Zuzana Žabková is known for specifically combining contemporary choreography, dance, and visual arts. She focuses on video art, video-performance, choreography, installation, sound-art, and their derivatives. In her works, she often manipulates the definitions of “today’s usual utopias”. By means of an experiment, she gains overview of the variability of the given definitions, thus learning together with the audience from her own mistakes. Perhaps also for a better future.

La mostra On the Stage presenta tre artisti slovacchi che focalizzano il tema della relazione tra la percezione di un’opera d’arte, lo spettatore e la scena, nel senso di rappresentazione e relative difficoltà.

Il tema principale dei lavori di András Cséfalvay include la presentazione delle ambizioni umane, la tendenza a voler salvare l’umanità, il messianismo, la caduta degli eroi, l’incapacità di conseguire le ambizioni e il vuoto delle gesta eroiche. Tali tematiche spesso appaiono nelle opere classiche. András Cséfalvay propone in mostra Maquette/Maketa, lavoro per il quale ha ricevuto il Premio Oskár Čepan 2009 e che è uno tra i suoi lavori più significativi. L’artista spesso utilizza la musica nei suoi lavori e ha recentemente pubblicato il suo primo album musicale. Il protagonista principale dell’opera in mostra è lo stesso András Cséfalvay alle prese con l’ambizione di creare un’opera epica monumentale, con un’orchestra sinfonica, una scenografia epica e tutto il resto di cui vi può essere bisogno. Maquette/Maketa è un modello di un’opera consistente in tre videoproiezioni che evocano la scena di un’opera. Sui lati di un drappeggio scuro, l’artista proietta immagini statiche di palchi di teatro vuoti, mentre il nucleo della proiezione – una scena di un’opera – avviene al centro. Il video, in cui l’artista assume il ruolo di principale autore, compositore, regista, musicista, cantante e attore, racconta diverse opere incompiute, attraverso l’illustrazione dei moventi musicali e visuali proposti. La chiave di lettura del ciclo propone il protagonista principale al centro dell’attenzione. Nella sua storia, percepiamo i suoi costanti tentativi di avere successo e i suoi conseguenti fallimenti. András Cséfalvay è interessato all’opera come Gesamkunstwerk – e creandola suppone di dimostrare il suo successo, il raggiungimento dell’obiettivo di tutta una vita. Il lavoro è una maquette e anche se funziona da solo come autonoma opera d’arte, richiama l’attenzione sul fatto che l’opera in realtà non ha mai realmente bisogno di essere finita.

Ilona Németh
 presenterà un’installazione monumentale site-specific dal titolo Auditorium/Hľadisko che allude all’autoreferenzialità, sconvolgendo i ruoli di spettatore e attore. Una costruzione in metallo con sedie di plastica simili a uno stadio a cielo aperto. La struttura interna, simile ad un ponteggio, non costituisce una scultura indipendente ma si adegua di volta in volta agli spazi in cui viene esposta. Questa costruzione affascinante e allo stesso tempo aggressiva, con un proprio ritmo e una natura ripetitiva, suggerisce anche il motivo di un’eco, l’impossibilità di un dialogo, una situazione di stallo. Tra le altre cose, il progetto si riferisce anche agli attuali complicati rapporti di forza fra le istituzioni di arte contemporanea nell’area dell’Europa centrale. Analogamente all’opera di András Cséfalvay, il progetto di Ilona Németh attiene all’equilibrio precario tra successo e fallimento.

Il video dal titolo Small Odyssey II (2011) di Zuzana Žabková è una contemplazione introversa sui mezzi di espressione, sulla vacuità e, come per le altre opere in mostra, anche sul possibile fallimento. Il video mostra una persona che suona il pianoforte, ma lo strumento musicale non produce alcuna melodia; tutto ciò che sentiamo è il suono dolce delle dita che toccano i tasti. Il video è una coreografia specifica per le mani. Ich ruf zu dir (2011) è il titolo incompleto di una cantata di Johann Sebastian Bach che Zuzana Žabková ha utilizzato come punto di partenza per la realizzazione di cinque partiture grafiche. La difficoltà di ascoltare, simboleggiata dal ricorso a bastoncini per la pulizia delle orecchie collocati all’interno di preziose scatolette rosse, è infine il tema dell’opera For Rrose (2013), che fa riferimento a Marcel Duchamp e al suo alter ego Rrose Sélavy. La giovane artista è nota in particolare per la capacità di unire coreografia contemporanea, danza e arti visive. La sua opera si concentra sulla videoarte, le performances video, la coreografia, il montaggio, la sound-art e loro derivati. Nelle sue opere l’artista manipola le definizioni di “utopie quotidiane abituali”. Attraverso degli esperimenti, fornisce una panoramica sulla variabilità delle definizioni date, imparando così insieme al pubblico dai suoi propri errori. Forse anche per un futuro migliore.

Subterfuge

Julia Brown, Chto Delat?, Jacopo Natoli, Ana Pečar + Oliver Ressler, Alessandro Rolandi

curated by Mike Watson

18.01.2014 – 15.03.2014

Exhibition Views

Works

The Gallery Apart is proud to present ‘Subterfuge’, a show curated by Mike Watson in which  a group of international artists present works which explore art’s capacity to evade the usual channels of governance, communication, welfare and education, leveraging the ostensible autonomy of art to create novel alternative channels of communication which circumvent the problems of the concrete political and social realm.

We live in uncertain and unknowable times for which the history of political thought seems inadequate. It is not enough to say that truth is fractured or that our ethical code is bought into question, for the loss of a binary mode of thinking – left-right, right-wrong, boom-bust, etc – robs us of the false yet dearly held distinctions which would allow for a rational analysis. We are left subject to the unpredictable movements of a finance mechanism created by us but unfathomable to us.

Whilst Politics is reducible to soundbites, Religion takes on extremist forms which parody the certainty of a bygone age and Science is put into the service of capital, ‘Art’ remains an unknown and unknowable quantity perhaps equal to the chaotic unknowable nature of the finance mechanism which presides unwittingly over us.

If so the task for the socially engaged artist is to retain the abstract ungraspable element at Art’s core, so as to match the abstraction of the financial mechanism whilst providing concrete responses to societal problems by way of ‘subterfuge’:  a deceptive sophistry used to achieve a goal or end.

Russian collective Chto Delat? and artists Oliver Ressler (Austria) and Ana Pecar (Slovenia) present respectively ‘Shivering with Iris’ and ‘In the Red’, two world premiere films which explore, respectively, alternatives to education and to our debt culture.

Alessandro Rolandi – born in Italy and working in Beijing – presents  ‘Message to the West’, in collaboration with Chinese artists, allowing communication across cultures thereby evading the heavy censure which keeps two distinct yet connected realities apart in a deep misunderstanding of one another.

American artist Julia Brown presents ‘The Swim’, a series of works drawing upon reserach into the Wade-Ins of the segregated USA in which both white and black bathers defied a ban on mixed bathing in 1964.

Jacopo Natoli (Italian) works in collaboration with Dionigi Mattia Gagliardi and the collective Spazi Docili, producing an installation examining issues of property, empty space and occupation in Rome’s Testaccio.

Subterfuge presents ongoing research conducted by curator Mike Watson under the title ‘Joan of Art’. The Joan of Art project – founded in collaboration with Nomas Foundation in 2012 –  aims at using the resources of the art world to rethink models of education and welfare. Research was recently conducted at the 55th Venice Biennale.
See www.joanofart.net.

Julia Brown (Ypsilanti, Michigan, USA; 1978)
Julia Brown received her MFA from CalArts in 2006 and BA in studio art from Williams College in 2000.  Brown was a 2010 recipient of the Epson Prize and the 2006 of the Dedalus Foundation MFA Painting Award.  Her work has exhibited in New York at Ogilvy + Mather, Art in General, The Kitchen, Scaramouche Gallery, Harvestworks Media Festival, Talman + Monroe, LMAK Projects, and the Artists Space Project Room; in Los Angeles at LACE and Supersonic at Barnsdall Gallery; Real Art Ways, Hartford; Provincetown Art Association Museum (PAAM); internationally at Via Farini, Milan, Kunsthalle Dusseldorf, Form Video, London, and Blank Projects, Cape Town. Has attended residencies including ViaFarini, The Whitney Independent Study Program, the Fondazione Ratti, the Whitney Independent Study Program, Skowhegan School of Painting and Sculpture, and was a two time Visual Arts Fellow at the Fine Arts Work Center.  Brown is currently a Visual Arts Fellow at The Core Program at the Museum of Fine Arts Houston and an Assistant Professor of Painting at George Washington University in Washington D.C..  She will begin a Smithsonian Institute Artist Research Fellowship in the Spring of 2014.

Chto Delat?
The collective Chto Delat? (What is to be done?) was founded in early 2003 in St. Petersburg by a workgroup of artists, critics, philosophers and writers from St. Petersburg, Moscow and Nizhny Novgorod with the goal of merging political theory, art, and activism. The group was constituted in May 2003 in St. Petersburg in an action called “The Refoundation of Petersburg.” Shortly afterwards, the original, as yet nameless core group began publishing an international newspaper called Chto Delat?. The name of the group derives from a novel by the Russian 19th century writer Nikolai Chernyshevsky, and immediately brings to mind the first socialist worker’s self-organizations in Russia, which Lenin actualized in his own publication, “What is to be done?” (1902). Chto Delat? sees itself as a self-organized platform for a variety of cultural activities intent on politicizing “knowledge production” through redefinitions of an engaged autonomy for cultural practice today.
The array of activities is coordinated by a core group including following members:
Tsaplya Olga Egorova (artist, St. Petersburg), Artiom Magun (philosopher, St. Petersburg), Nikolay Oleynikov (artist, Moscow), Natalia Pershina/Glucklya (artist, St. Petersburg), Alexey Penzin (philosopher, Moscow), David Riff (art critic, Moscow), Alexander Skidan (poet, critic, St. Petersburg), Oxana Timofeeva (philosopher, Moscow), and Dmitry Vilensky (artist, St. Petersburg). In 2012 the choreographer Nina Gasteva has joined a collective after few years of intense collaboration. Since then many Russian and international artist and researchers has participated in different projects realized under the collective name Chto Delat?

Jacopo Natoli (Rome; 1985)
Visual artist and experimental filmmaker. He studied Painting at the Rome Fine Arts Academy and Fine Art at the Chelsea College of Art and Design in London. He works with the forms of video-essay, documentary, audio-visual performance and text. He studies the language of moving-image: its form, politic and aesthetic. He is interested in conceptual and social marginality. He is conducting an interdisciplinary research on the aesthetic of the negative and the semiotic of Found footage film. Contributing editor of the magazine of art, research and progress nodes. With nodes he writes essays, realizes interviews and promotes events, performances and publications.
His works have been shown in festivals, museums and private galleries (i.e. 14th Festival for experimental and different cinema, Paris, 2012; Careof, Milan, 2012; Arts at CIIS, ATA, San Francisco, 2012; The SpaceNottingham Contemporary, Nottingham, 2012; Image festival, Toronto, Ontario, Canada, 2012; Chisenhale Gallery, London, 2011, Hackney wicked festival, London 2010)

Ana Pečar + Oliver Ressler
Ana Peča
r is video and intermedia artist. She is active as an organizer of public events through which she communicates artistic and collective currents. She achieved formal education on Corcoran School of art and University of Maribor and gained additional skills on numerous workshops and residencies. In her video work the social commentary is much more subtle and intertwines with mythologies and composed artistic spaces and imagined symbolism. Pečar’s videos are part of Carinthian regional museum collection, Slovene video archive (DIVA station), European Archives of Media Art, and online Earth water catalogue (an artistic initiative to raise awareness, understanding and appreciation of water).
Oliver Ressler 
(born in Knittelfeld, Austria, in 1970, lives and works in Vienna) is an artist and filmmaker who produces installations, projects in the public space, and films on issues such as economics, democracy, global warming, forms of resistance and social alternatives. Over the years, he collaborated with the artists Zanny Begg (Sydney), Ines Doujak (Vienna), Martin Krenn (Vienna), Gregory Sholette (New York), David Thorne (Los Angeles) and the political scientist Dario Azzellini (Caracas/Berlin).

Alessandro Rolandi (Pavia, 1971: Living and working in Beijing since 2003)
His work explores a thinner level of corrispondences between, art, knowledge, social context and language.  He uses different media: drawing, sculpture, installation, performance, photography, found objects, interventions, video and text. He observes, borrows, alterates and documents reality to create possibilities that challenge our current socio-political structure and point out the effects it has on our daily life and on our schemes of thought. He is the founder/director of the Social Sensibility Research & Development Department at Bernard Controls Asia currently ongoing. His work has been shown, among other venues at: Venice Biennale2005 and 2011, WRO Wroclav Biennale 2011, CCD Photofestival  Beijing 2009, 2010-2011, Museo Pecci,  Milano 2011, MCAF Gent 2008, FUSO VideoArt Lisbon 2012, Under the subway, New York 2012, UCCA Beijing, 2012 and in Beijing Organic Farmers market. He was nominated by the Global Board of Contemporary Art among the best performance artists for the Alice Awards 2011 together with Megumi Shimizu for the performance “Something on the way”.

The Gallery Apart è orgogliosa di presentare “Subterfuge”, una mostra curata da Mike Watson in cui vengono presentate le opere di un gruppo di artisti internazionali che rifuggono dagli ordinari canali di governance, comunicazione, welfare e educazione,  usando l’apparente autonomia dell’arte per creare canali di comunicazione originali e alternativi, che eludano gli attuali  problemi del mondo politico e sociale.
Viviamo in tempi incerti e difficili da decifrare, per i quali la storia del pensiero politico appare inadeguata. Non basta affermare che la verità è ormai in frantumi o che il nostro codice etico è messo in discussione, in quanto la perdita di un modello binario di pensiero – sinistra-destra, giusto-sbagliato, crescita-recessione, ecc. – non permette più quelle distinzioni che presuppongono un’analisi logica. Siamo in balia dei movimenti imprevedibili di un meccanismo finanziario creato da noi, e tuttavia a noi stessi incomprensibile.
Mentre la Politica può essere ridotta a una serie di facili slogan, la Religione assume forme estreme, agghiacciante parodia delle certezze di un’epoca oramai andata e la Scienza è messa a servizio del capitale, “l’Arte” rimane un’incognita indecifrabile, forse simile alla natura caotica e indecifrabile del meccanismo finanziario che, senza saperlo, esercita il suo controllo su di noi.
Il compito, dunque, dell’artista socialmente impegnato è quello di conservare l’elemento astratto e inafferrabile che è l’essenza stessa dell’Arte, in modo da adattarla all’astrazione del meccanismo finanziario e fornendo contemporaneamente risposte concrete ai problemi sociali attraverso un “sotterfugio”: un sofisma  fondato sulla finzione per ottenere uno scopo o un fine.
Il collettivo russo Chto Delat? e gli artisti Ana Pečar (Slovenia) con Oliver Ressler (Austria) presentano rispettivamente “Shivering with Iris” e “In the Red”, due film in anteprima mondiale che indagano rispettivamente le possibili alternative all’educazione e alla nostra cultura del debito.
Alessandro Rolandi – artista nato in Italia che vive e lavora a  Pechino – presenta “Message to the West”’, un’opera realizzata  in collaborazione con artisti cinesi, in cui i messaggi vengono trasmessi al di là dei confini, sfuggendo in tal modo alla censura.
L’artista americana Julia Brown presenta “The Swim”,  una collezione di opere che attingono alla ricerca sui Wade-in ai tempi dell’America segregazionista, in cui sia i bagnanti bianchi e neri nel 1964 si opposero alla legge che imponeva spiagge separate.
L’opera di Jacopo Natoli (Italia) nasce dalla collaborazione con Dionigi Mattia Gagliardi e il collettivo artistico Spazi Docili, che esplorano temi quali la proprietà, lo spazio vuoto e l’occupazione nel quartiere Testaccio di Roma.
Subterfuge presenta una ricerca in fieri condotta dal curatore Mike Watson, intitolata “Joan of Art”.  Il progetto – realizzato nel 2012 in collaborazione con la Nomas  Foundation di Roma – ha come obiettivo quello di utilizzare le risorse del mondo dell’arte per ripensare e ridefinire i modelli di educazione e  welfare. Una ricerca è stata recentemente condotta durante la 55^Biennale di Venezia. Maggiori informazioni sul sito www.joanofart.net.
Julia Brown 
(Ypsilanti, Michigan, USA; 1978)
Julia Brown
 ha ricevuto il suo MFA dalla CalArts nel 2006 e BA in studi d’arte dal Williams College nel 2000. Brown ha vinto il Premio Epson nel e il AMF Painting Award della Fondazione Dedalus nel 2006. Il suo lavoro è stato esposto a New York presso Ogilvy + Mather, Art in General, The Kitchen, Scaramouche Gallery, Harvestworks Media Festival, Talman + Monroe, LMAK Progetti, e il Artists Space Project Room, a Los Angeles al LACE e Supersonic al Barnsdall Galleria; Real Art Ways, Hartford, Provincetown Art Association Museum (PAAM); inoltre in Via Farini, Milano, Kunsthalle Düsseldorf, Modulo Video, Londra e Progetti Blank, Città del Capo. Brown ha partecipato a numerose residenze, tra cui Viafarini, Il Whitney Independent Study Program, la Fondazione Ratti Corso Superiore di Arti Visive, Skowhegan School of Painting and Sculpture, ed è stata due volte Visual Arts Fellow at the Fine Arts Work Center. Brown è attualmente Visual Arts Fellow presso The Core Program presso il Museo di Fine Arts di Houston e Assistente Professore di Pittura presso la George Washington University di Washington DC. Inizierà una Smithsonian Institute Artist Research Fellowship nella primavera del 2014.

Chto Delat?

Chto Delat?
 (Che fare?) (Pietroburgo: 2003) è un collettivo fondato da un gruppo di artisti, critici, filosofi e scrittori provenienti da San Pietroburgo, Mosca e Nizhny Novgorod con l’obiettivo di fondere politica, arte e attivismo.
Il gruppo si è costituito in occasione di un azione chiamata “La rifondazione di Pietroburgo”. Il nome del gruppo deriva da un romanzo dello scrittore russo Nikolai Chernyshevsky e richiamano alla mente le auto- organizzazioni del lavoratori di  Lenin nella sua pubblicazione, “Che fare ?” (1902).
Chto delat? sono: Tsaplya Olga Egorova (artista , Pietroburgo), Artiom Magun (filosofo, Pietroburgo), Nikolay Oleynikov (artista, Mosca), Natalia Pershina/Glucklya (artista, Pietroburgo), Alexey Penzin (filosofo, Mosca), David Riff (critico d’arte, Mosca), Alexander Skidan (poeta, critico, Pietroburgo), Oxana Timofeeva (filosofo, Mosca), e Dmitry Vilensky (artista, Pietroburgo). Dopo un’intensa collaborazione, nel 2012 la coreografa Nina Gasteva si è unita al collettivo. Molti artisti e ricercatori russi e internazionali hanno partecipato a diversi progetti realizzati sotto il nome del collettivo Chto Delat?

Jacopo Natoli
 (Roma; 1985)
Jacopo Natoli è un artista visivo e filmmaker sperimentale. Ha studiato Pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Roma e Fine Art presso il Chelsea College of Art and Design di Londra. Lavora con le forme del film-saggio, del documentario, della performance e del testo. E’ interessato alle marginalità concettuali e sociali. Studia la politica e l’estetica dei linguaggi audio-visivi. Sta conducendo una ricerca interdisciplinare sull’estetica del negativo e sulla semiotica del Found-footage-film. È parte della redazione della rivista di arte, ricerca e progresso nodes. Con nodes scrive saggi, realizza interviste e promuove eventi e pubblicazioni.
Il suo lavoro è stato esposto in festival, musei e gallerie (tra i quali: 14th Festival for experimental and different cinema, Parigi, 2012; Careof, Milano, 2012; Arts at CIIS, ATA, San Francisco, 2012; The Space, Nottingham Contemporary, Nottingham, 2012; Image festival, Toronto, Ontario, Canada, 2012; Chisenhale Gallery, Londra, 2011, Hackney wicked festival, Londra 2010).

Oliver Ressler + Ana Pečar

Ana Pečar
 lavora con video e altri media. È attiva come organizzatrice di eventi pubblici attraverso i quali comunica correnti artistiche e collettive. Ha maturato la sua educazione alla Corcoran School of art e Università di Maribor e ha arricchito la sua preparazione grazie a numerosi workshop e residenze. Nei suoi video l’analisi sociale è molto sottile e si intreccia con mitologie, spazi artistici complessi e simbolismo immaginario. I video di Pecar sono nella collezione del museo regionale della Carinzia, archivio video slovena (stazione DIVA), Archivi europei di Media Art e on-line Earth water catalogue (un’iniziativa artistica di sensibilizzazione, comprensione e l’apprezzamento dell’acqua).
Oliver Ressler
 (Knittelfeld, Austria; 1970; vive e lavora a Vienna) è un artista filmaker che produce installazioni, progetti di arte pubblica e film su temi di economia, democrazia, riscaldamento globale, forme di resistenza e alternative sociali. Nelgli anni ha collaborato con gli artisti Zanny Begg, Ines Doujak, Martin Krenn, Gregory Sholette, David Thorne e il politologo Dario Azzellini. Ressler ha partecipato a più di 150 mostre, tra cui le Biennali di Praga (2005): Siviglia (2006); Mosca (2007) e Taipei (2008). Suoi progetti e mostre personali includono: “The Movement of Ideas” (film retrospective), Centre d’Art Contemporain, Ginevra (2013); “After the Crisis is Before the Crisis”, Artra Galleria, Milano e Basis, Francoforte (2012); “Venezuela from Below“, The Cube Project Space, Taipei con Dario Azzellini, (2012); “The politic of Art”, museo Nazionale d’arte contemporanea di Atene (2010); “The tourist, The Pilgrim, the Flaneur (and the worker)” (2011).

Alessandro Rolandi

Alessandro Rolandi
 (Pavia; 1971: Vive e lavora a Pechino dal 2003) il suo lavoro esplora le connessioni tra arte, conoscenza, contesto sociale e linguaggio. Usa differenti linguaggi: disegno, scultura, installazione, performance, fotografia, oggetti trovati, video e testi. Osserva e documenta la nostra attuale struttura socio-politica per sottolineare gli effetti che ha sulla nostra vita quotidiana e sui nostri schemi di pensiero.
Egli è il fondatore e direttore del Dipartimento Sociale sensibilità di Ricerca e Sviluppo di Bernard Controls Asia nel 2011, attualmente in corso. Il suo lavoro è stato esposto, tra gli altri luoghi a Venezia Biennale2005 e il 2011, WRO Wroclav Biennale 2011, CCD Photofestival Pechino 2009, 2010-2011, Museo Pecci, Milano 2011, MCAF Gent 2008, FUSO VideoArt Lisbona 2012, sotto la metropolitana, New York 2012, UCCA di Pechino 2012 e nel 2013 nel Beijing Organic Farmers market. E ‘stato nominato dal Consiglio di Arte Contemporanea globale tra i migliori artisti di performance per le Alice Awards 2011 insieme a Megumi Shimizu per la performance “Something in the way” .

IDENTIK.IT

gruppoGruppo, Gloria Pasotti, Jacopo Natoli

19.04.2012 – 28.04.2012

Images

Il collettivo curatoriale Gruntumolani, formato da Ex allievi del Master in Curatore Museale e di Eventi dello IED – Istituto Europeo del Design – di Roma, è lieto di presentare le opere vincitrici del concorso d’arte video Identik.IT, nato per valorizzare giovani talenti emergenti e promuovere una riflessione sul tema dell’identità italiana.

La mostra, che avrà luogo presso gli spazi di The Gallery Apart, è il primo di tre appuntamenti di un progetto espositivo itinerante dislocato sul territorio nazionale che vedrà il coinvolgimento anche delle sedi di Careof a Milano e del Museo Nitsch a Napoli.

Una giuria di esperti ha premiato Secret Lives di gruppoGruppo, S.P.Q.T. – Memorie Tiburtine di Jacopo Natoli, Fratelli d’Italia l’Italia si è persa di Gloria Pasotti, per l’attenta analisi di territorio, lingua, cultura e tradizioni nazionali, quali fattori chiave di un processo in trasformazione che ha origine dall’incontro con l’altro.

Secret Lives
 di gruppoGruppo è un trittico dedicato ai compositori italiani Luciano Berio, Franco Donatoni e Bruno Maderna. Grazie alla manipolazione e commistione di immagini e brani tratti dai repertori dei tre musicisti, Sinfonia per Berio, Hot per Donatoni e Venetian journal per Maderna, prendono vita variabili sonore, strutture cellulari, paesaggi possibili.

In S.P.Q.T – Memorie Tiburtine Jacopo Natoli esplora paesaggi urbani che paiono sospesi sul bordo di un ricordo. Ad affiorare compiutamente alla mente dell’autore è un repertorio di memorie dove la storia che si racconta viene rivelata a poco a poco decifrando ogni segno. Vademecum sono i versi del poeta tiburtino Fiorenzo Cialone in Lu riò, i cui scorci ispirano le suggestive riprese del video-artista romano in un sodalizio di rara coerenza: “[…] Conoscio tutti quanti li cantuni,/le strate, le scalette e lli portuni,/li sò girati tutti a pparmu a pparmu,/li vardo e me l’aggusto carmu carmu.”

Per Gloria Pasotti l’inno nazionale Fratelli d’Italia, scritto da Goffredo Mameli e musicato da Michele Novaro nel 1847, è non solo il simbolo dell’unità italiana, ma spunto di riflessione sul senso d’appartenenza allo Stato italiano e sul significato stesso di un’identità che rifiuta di lasciarsi delimitare, circoscrivere, etichettare. In Fratelli d’Italia l’Italia si è persa, il canto spezzato dell’autrice che si propaga alterato nell’acqua, è metafora di un “dire spaccato”, di un io ed un Paese che s’incontrano e si fondono nella ricerca del sé.

GruppoGruppo
 è un collettivo italo-svedese composto da Fabio Monni ed Alessandro Perini. Artisti multimediali, performer e compositori di musica elettronica vantano innumerevoli premi e partecipazioni internazionali in Italia, Danimarca, Olanda, Svezia, Svizzera. Loro opere sono state presentate presso la Biennale di Venezia, Connect Festival, European Organ Festival, Interference, Tec Art Eco Festival.

Nato a Roma nel 1985, fiorentino d’adozione, Jacopo Natoli dopo il diploma in pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Roma, ha completato il proprio percorso di studi presso il Chelsea College of Art and Design di Londra. Ha all’attivo numerose esposizioni in Italia e all’estero, tra cui ricordiamo Roma, Tivoli, Firenze, Londra, nonché significative esperienze di collaborazione con Simon Fujiwara (2010) e Fedor Pavlov-Andreevich (2009).


Gloria Pasotti
, nata nel 1987 a Brescia, dove si è laureata in Lettere e Filosofia, attualmente vive e lavora a Milano, allieva del biennio specialistico in Fotografia dell’Accademia di Brera. La fotografia è per la giovane artista un percorso alla ricerca del proprio sguardo e dell’istante in cui esso si incontra con le cose, strumento di narrazione e creazione di realtà nuove. Dopo aver partecipato ad alcuni workshop con autori internazionali quali Olivo Barbieri, Gea Casolaro, Cesare Pietroiusti, Franco Vaccari, lo scorso anno ha esposto presso la Fabbrica del Vapore a Milano.

LA RIPETIZIONE, QUALORA SIA POSSIBILE, RENDE FELICI

Marco Bongiorni, Marco Strappato

02.05.2011 – 02.07.2011

Exhibition Views

MARCO BONGIORNI | MARCO STRAPPATO

LA RIPETIZIONE, QUALORA SIA POSSIBILE, RENDE FELICI

UP-ART

Andrea Aquilanti, Gea Casolaro, Mariana Ferratto, Myriam Laplante, Fabrizio Passarella, Luana Perilli, Alessandro Scarabello, Donatella Spaziani, Luca Viccaro

10.10.2008 – 15.11.2008

Works

The Gallery Apart compie 5 anni.
Un percorso iniziato ad ottobre del 2003 con la mostra Bollymood! di Fabrizio Passarella e proseguito con gli altri artisti della galleria seguendo un’intuizione e un progetto: svolgere la funzione propria della galleria privata senza averne la classica sede fisica, quella white box che ha rappresentato la modalità canonica di esposizione per le gallerie d’arte contemporanea negli ultimi decenni. Ne è scaturito un percorso disseminato di mostre ubicate in luoghi scelti di volta in volta sulla base dei progetti degli artisti e di collaborazioni con istituzioni pubbliche e private.
Vale la pena ricordare brevemente gli artisti che hanno condiviso questo percorso e le mostre che hanno dato vita ai loro progetti: Andrea Aquilanti con la mostra Teatro presso il Teatro India; Gea Casolaro con Volver atrás para ir adelante sempre al Teatro India e con Visioni dell’Eur presso la Casa del Cinema, poi riproposta a Milano presso C/O CareofMyriam Laplante con Elisir presso la Fondazione Volume! e con Fata Morgana presso la Cerere Temporary Gallery; Fabrizio Passarella con la già citata Bollymood! presso lo Studio Gobbi e con ¡Ay mi corazón fileteado! presso l’Istituto Italo-Latino Americano; Alessandro Scarabello con Lifeinlines presso Sala1, Luca Viccaro con God save America presso la b>gallery; infine, Why? presso la Fondazione Pastificio Cerere, la mostra che ha lanciato, oltre allo stesso Luca Viccaro, le giovanissime Luana Perilli e Mariana Ferratto.
A questa programmazione si sono aggiunte le collaborazioni: da quella con la Galleria Nazionale d’Arte Moderna per la performance Lupus in fabula tenuta da Myriam Laplante in occasione della Notte dei Musei 2007, a quelle con il Museo d’AC di Ciampino e con il Centro de Exposiciones di Buenos Aires per il progetto Ex-Statica di Fabrizio Passarella, e ancora con il CIAC – Castello Colonna di Genazzano in occasione della mostra Falso movimento con la partecipazione di Gea Casolaro e Donatella Spaziani.
Dal febbraio del 2008 The Gallery Apart ha anche una sua sede, in via della Barchetta 11, così da affiancare alla produzione di mostre OUTSIDE una serie di eventi espositivi volti all’approfondimento degli artisti della galleria e alla proposta di nuovi artisti. È nella sede della galleria che gli artisti-compagni di strada di The Gallery Apart festeggiano il primo lustro di attività con la collettiva UP-ART che raccoglie lavori nuovi o inediti per la città che riecheggiano le esperienze condivise o indicano nuove ispirazioni e suggestioni.
In estrema sintesi e in stretto ordine alfabetico, alla collettiva UP-ART partecipano i seguenti artisti. Andrea Aquilanti propone l’ultima sua visione romana realizzata con la tecnica del doppio strato di acrilico su stampa e poi su PVC. Gea Casolaro ha per l’occasione ripercorso i passi di un suo recente viaggio in Cina per realizzare uno dei suoi magistrali Human LandscapesMariana Ferratto esordisce nella produzione fotografica esibendo due dittici video-still tratti dal video Facciamo un giocoMyriam Laplante mostra per la prima volta in Italia i disegni che accompagnano la performance Lupus in fabulaFabrizio Passarella espone l’inedito video dedicato al progetto Ex-StaticaLuana Perilli propone una serie di tecniche miste sul tema della respirazione incentrate sulla rana, l’unico essere vivente le cui dimensioni dipendono dallo sviluppo dell’apparato respiratorio. Alessandro Scarabello presenta il piccolo olio su tela Antidoto, riflessione sulla difficoltà delle giovani generazioni nel misurarsi con le regole e le istituzioni della società attuale, per la prima volta corredato con la maquette della scena del dipinto realizzata dall’artista, testimonianza di un originale approccio alla tela. Donatella Spaziani espone alcune delle sue silhouette disegnate su carta che, insieme agli autoscatti e alle sculture, costituiscono parte della sua profonda ricerca sul corpo e le sue posture. Infine, Luca Viccaro propone un nuovo lavoro fotografico con cui ha inteso incorniciare, come in un familiare pantheon, i personaggi che da sempre popolano il suo mondo miniaturizzato colti nei momenti  e negli atteggiamenti che tipicamente formano oggetto della memoria storica di ogni nucleo familiare.

INSIDE #2

Andrea Aquilanti, Gea Casolaro, Luana Perilli

20.06.2008 – 30.09.2008

Exhibition Views

Per celebrare la partecipazione di Andrea AquilantiGea Casolaro e Luana Perilli alla 15a Quadriennale di Roma, The Gallery Apart presenta il secondo appuntamento della serie INSIDE, l’iniziativa con cui intende qualificare il suo spazio/project room di via della Barchetta 11 attraverso momenti espositivi e di riflessione, anche rendendo consultabili in loro i cataloghi e le pubblicazioni sul lavoro degli artisti.

Andrea Aquilanti, già protagonista nel 2003 di Anteprima XIV Quadriennale, presenta al Palazzo delle Esposizioni l’ultima evoluzione del lavoro con cui da tempo unisce e sovrappone disegno ed immagine video, questa volta introducendo un ulteriore elemento architettonico che caratterizza l’installazione. Di fronte alle due pareti disegnate disposte a libretto, Aquilanti inserisce una colonna quadrata, anch’essa disegnata sui quattro lati; il disegno riproduce sapientemente a matita uno scorcio del Foro romano e su di esso, con ossessiva precisione, la stessa immagine viene sovrapposta mediante registrazione video. Lo spettatore può così interagire con l’opera, sia frapponendosi, come ormai è tradizione per i lavori di Aquilanti, tra proiettore e proiezione così da oscurare l’immagine video e consentire l’emersione del disegno, sia questa volta entrando nell’installazione e facendosi circondare dalle immagini.

Nella mostra INSIDE#2, Aquilanti ripropone invece “Veduta di piazza San Pietro e via della Conciliazione”, un grande acrilico su PVC già esposto all’Auditorium Parco della Musica nell’ambito della mostra “Colori di Roma”, affiancato da altri paesaggi inediti realizzati con la stessa tecnica e da una serie di disegni su carta realizzati in preparazione della sua recente mostra presso il Museo Mario Praz di Roma.

Anche Gea Casolaro partecipa alla Quadriennale di Roma dopo aver preso parte all’Anteprima della XIV edizione. Il ritorno della manifestazione nella tradizionale sede del Palazzo delle Esposizioni consente all’artista di materializzare un pensiero e un impegno assunto con se stessa nel settembre 2004 quando, durante i lavori di ristrutturazione, crollò una parte del tetto travolgendo, fortunatamente senza gravi conseguenze, alcuni operai al lavoro. Casolaro realizza un’opera dal forte impatto sociale e politico, un omaggio e un monumento ai troppi caduti sul lavoro che quotidianamente si registrano in Italia. Già il titolo “Ai caduti di oggi” dà il senso di una drammatica indeterminatezza e della difficoltà di porre un argine al fenomeno. Su un videowall di grandezza umana, una sorta di monolite composto da 4 schermi televisivi ad evocare il luogo mediatico delle notizie che velocemente scompaiono al pari dei lavoratori sacrificati sull’altare della produttività, sono proiettate le immagini di anonime persone fotografate di spalle per strada; su di esse Casolaro fa scorrere in sovraimpressione, fino ad una emblematica e ripetuta dissolvenza, i nomi e le cause di morte delle vittime degli incidenti mortali in una sequenza sconsolatamente lunga e quotidianamente aggiornabile.

Per richiamare la dimensione della folla anonima che nasconde infinite storie e spesso anche grandi tragedie, nella mostra INSIDE#2 saranno riproposti il video “Volver atràs para ir adelante”, girato a Buenos Aires nel 2003 al tempo della crisi economica, e “Mirrors”, un lavoro del 1997 che spinge l’osservatore a soffermarsi sui tanti volti che quotidianamente si incontrano e che, se guardati con occhio meno distratto, sono in grado di restituirci ricordi, affetti e, a volte, persino noi stessi.

Luana Perilli, l’artista più giovane tra i partecipanti alla Quadriennale, espone una complessa installazione, intitolata “Io non vorrei crepare (tutto è bene quello che non finisce mai)” dove un modesto salotto piccolo-borghese, capace con le sue piante e il suo arredamento dimesso di regalarci visioni d’antan, si anima grazie alla presenza di statue e busti marmorei, riproduzioni-souvenir di famose opere del passato, le cui bocche, videoproiettate, declamano la celebre e struggente poesia di Boris Vian, nella traduzione di Vittorio Gassman, che dà parzialmente il titolo all’opera. il contrasto è tra la natura, simulata in un ambiente domestico attraverso piante vere e finte, parati e complementi d’arredo che richiamano al mondo vegetale, e l’arte, o meglio il residuo che di essa resta negli spazi privati, con la sua volontà d’immortalità.

Nella mostra INSIDE#2 è invece presentato “W Titina”, doppio video proiettato all’interno di due cornici dipinte a mano in cui viene narrato l’universo domestico, così simile all’atmosfera evocata nell’opera in Quadriennale, della nonna dell’artista. Stesso soggetto anche per una serie inedita di stampe ritoccate a tempera, realizzate in preparazione dell’opera del 2005 “Pastiera per sei persone”.