Sleepy Night

Matteo Nasini

22.05.2014 – 28.06.2014

Exhibition Views

Works

Sentire come sente lui

Testo di Michele D’Aurizio

È molto triste pensare che l’opera d’arte possa essere un precipitato. Eppure accade frequentemente che lo spettatore si trovi di fronte a un oggetto che raffigura l’esito di un processo, sia esso intellettuale o fisico, un gesto come una riflessione: essenzialmente un manufatto pregno della vanagloria di essere la freccia che ha centrato il bersaglio; e prontamente un oggetto esauritosi, muto e macho. L’artista rilascia l’opera perché lo spettatore la contempli amorevolmente; e gode a vedere quello agitarsi mentre rincorre una transustanziazione del muto e macho oggetto in portato culturale: storicamente determinato, fondamentale perché terzi comprendano lo snodo esistenziale di un’intera comunità di individui, metafora di assoluta deontologia artistica, ecc. Di fronte all’opera, lo spettatore è lentamente inghiottito dalle sabbie mobili della retorica; mentre l’altro, l’artista, ha stampato in faccia il ghigno del vincitore.

“Non so quale sia più difficile, se il mestiere del vinto o quello del vincitore; ma una cosa so certamente, che il valore umano dei vinti è superiore a quello dei vincitori.” Curzio Malaparte concludeva un suo romanzo, La pelle, affermando la natura vergognosa della vittoria. Avrebbe rafforzato poi la sua chiusa manifestando una cristiana affezione per i vinti: “In questi ultimi anni, ho viaggiato, spesso, e a lungo, nei paesi dei vincitori e in quelli dei vinti, ma dove mi trovo meglio è tra i vinti. Non perché mi piaccia assistere allo spettacolo della miseria altrui, e dell’umiliazione, ma perché l’uomo è tollerabile, accettabile, soltanto nella miseria e nell’umiliazione. L’uomo nella fortuna, l’uomo seduto sul trono del suo orgoglio, della sua potenza, della sua felicità, l’uomo vestito dei suoi orpelli e della sua insolenza di vincitore, è uno spettacolo ripugnante.”

Chi scrive immagina l’opera d’arte come lo scafo del transatlantico tranciato dall’iceberg; un prop ovvero, che faciliti lo spettatore a prendere coscienza di un’esistenza se non tragica, o al contrario farsesca, certamente epica. Connaturata alla manipolazione del materiale, come all’esplorazione del mezzo artistico, o alla codifica di un linguaggio estetico, sarebbe così la sfida alla formalizzazione di un sentimento; che non partorisca la riproduzione dell’eco di una risata, o il surgelamento di una lacrima; ma una forma paragonabile al calco dell’horror vacui che due corpi esperiscono dopo l’atto sessuale; o un’immagine icastica come la formella che rappresenta una stazione della Via Crucis. È ugualmente triste pensare che l’opera d’arte possa essere il precipitato di un’emozione… Qui tuttavia essa ritrova la sua natura indicale come compromessa: diventa l’impronta di un moto intangibile, il fossile di un’esperienza interiore, l’ombra di un fantasma.

L’artista Matteo Nasini è forse un vinto. E in molti interpreterebbero quest’affermazione alla lettera: un artista emergente, classe 1976, nato e basato in Italia, non è un aitante purosangue su cui i mercanti scommetterebbero, né la next big thing che alimenterebbe il cicaleccio nel sistema dell’arte… La produzione artistica di Nasini è infatti emersa in un passato relativamente recente, quando l’artista vantava un’esperienza decennale come contrabbassista, professione abbandonata per nutrire sensibilità che più si confacevano all’ambito delle arti visive. E forse una prima chiave di lettura di quella produzione risiede nel fatto che Nasini non ha studiato l’arte ma la musica, che è una lingua sempre sincera, mai imputabile di arroganza, e che anzi stimola empatia tra i propri fruitori… Tali sono le opere di Nasini: misere e umili solo nell’accezione in cui fanno impiego di materiali poveri e ricorrono a tecnologie antiche; naïf non perché mancano di virtuosismo, ma perché esplorano forme ed immaginari di sogno o restituiscono un quotidiano magico; romantiche come pagine di un diario sentimentale – fossili di esperienze interiori appunto, nati per esorcizzare il dolore o denudare la gioia.

Due sono i mezzi che fondano la ricerca di Matteo Nasini: il suono e il disegno. Come accade per artisti complessi, che tuttavia possiedono una maturità tale da strutturare la propria produzione nella maniera in cui questa cresca su fronti tipologici e tematici distinti, suono e disegno raramente convivono nella stessa opera, e piuttosto determinano output di natura diversa: prevalentemente sculture musicali, installazioni sonore e performance, il primo; arazzi, il secondo. Un ruolo obliquo e laterale assume invece la fotografia, coltivata quotidianamente con intento documentaristico, ma sempre pronta ad assurgere ad arte nel momento in cui un determinato scatto si impone sugli altri attraverso uno scarto di senso.

Opere sonore, arazzi, e immagini fotografiche – insieme a tutte le loro declinazioni – non sono quindi rilasciate perché lo spettatore possa rintracciare sprazzi del proprio vissuto in quello dell’artista… Allo spettatore si chiede piuttosto di esercitare tutta la propria capacità retorica; e finalmente assistere alla resa di ogni strumento interpretativo di fronte alla realtà di opere che non intendono essere metafore di moti dell’animo, quanto cagliare un’attitudine che quei moti hanno contribuito a esplicitare. Le opere di Nasini, per esempio, vantano timidezza: l’esecuzione di un’improvvisazione musicale è demandata al vento (risonatori della serie “Sculture eoliche”, 2008 – in corso); i disegni sono licenziati solo dopo una mimetizzazione della loro natura (arazzi come Piango rosa, 2010, o Le cose non crescono al buio, 2012); la riproduzione di un tema musicale solenne è arrischiata nella cacofonia (la performance Stan, 2012). I temi artistici tradizionali che qui ricorrono – decorazione, paesaggismo, dialettica tra cultura alta e bassa, ecc. – sono come l’armatura che protegge il corpo fragile; denudarlo richiede solo gesti estremi come un sopruso o la costruzione di un’intimità esclusiva.

Chi scrive invita lo spettatore a sentire come sente Matteo. Specialmente nell’occasione che questo testo accompagna: la prima mostra personale dell’artista, allestita nell’ambito del progetto Ermes, a Roma. La mostra presenta un gruppo di opere che indagano le qualità espressive della lana; a cui si affiancano fotografie che suggeriscono un contorno semantico delle opere principali, e servono come fade in e fade out alla presentazione. Non ci sono suoni ad abitare lo spazio; e quell’ambito della produzione di Nasini è demandato alla fotografia di un risonatore eolico sfasciato (Land, 2014). È questa del resto una mostra fatta di sole immagini, più o meno palpabili, più o meno decifrabili, come appunto è la memoria dei sogni al risveglio.

L’opera che dà il titolo alla mostra (Sleepy Night, 2014) è un arazzo dalla spiccata conformazione scultorea. Rappresenta un cielo stellato che crolla su una montagna e ne ammanta la forma. È un’immagine che pare appartenere a una fiaba ancestrale, un mito apocalittico e di ribaltamento dell’universo, e che tuttavia nasce dalla pura immaginazione dell’artista – ennesimo output frutto dell’esigenza di dissipare uno stato d’animo malinconico e, attraverso una prestazione certosina, femminile e arcaica, restituirne l’ingrediente della delicatezza come fattore di criticità.

Delicati, fragili, cedevoli, sono tutti gli oggetti presentati nella mostra – i cui rimandi iconografici oscillano tra figurazione brut e proto-astrattismo. Laddove opere come “Le cose non crescono al buio” suggeriscono infatti la maniera dei pittori naïf, altre come quelle della serie “Line” (2014) ricordano quei tentativi avanguardisti di astrarre il paesaggio in immagini sintetiche, costruite assecondando una percezione spiritualista della natura, piuttosto che parametri visuali… Analogamente, le opere della serie “Movimento” (2014) nascono da gesti minimi che, lungi da vantare una drammatica istintualità, perseguono l’organicità di una coreografia – a guardarle dall’alto, appaiono come fotografie satellitari della superficie terrestre, o fossili, ancora, rappresentazioni per le quali la distanza, spaziale o temporale, conferisce grazia a un soggetto che invece abita l’ignoto.”Line” e “Movimento” sono astrazioni povere: miseri e umili sono tanto i materiali impiegati, quando le scelte che hanno portato alla loro creazione. Al giorno d’oggi infatti, solo un artista che è un vinto rinuncerebbe a un approfondimento del medium pittorico nella pianificazione della propria produzione… Matteo Nasini è tale, non-pittore, ma artista che come racconta i crucci del proprio animo, suggerisce un’attitudine all’arte nutrita da un profondo umanesimo.

Ermes è un progetto d’arte itinerante, che presenta un programma di artisti italiani e internazionali, seguendo un approccio intuitivo senza una selezione strettamente curatoriale. La mostra di Matteo Nasini “Sleepy Night” è ospitata nello spazio di The Gallery Apart, Roma. Ermes presenterà altri due appuntamenti in questo spazio, a dicembre 2014 e marzo 2015.

Ermes ringrazia: Lorenza Cadelli, Michele D’Aurizio, Luca Lo Pinto, The Gallery Apart.
Un ringraziamento speciale a Damiana Leoni e Nicola Pecoraro.

Matteo Nasini (1976) vive e lavora a Roma. Si è diplomato presso il conservatorio di Santa Cecilia. Il suo lavoro indaga pratiche diverse: disegno, suono, scultura e fotografia. Tra le mostre collettive: The Volume of Air, Serra dei Giardini, Venezia; A Bed Is A Door, performance with Davide Stucchi, Villa Romana, Firenze; Helicotrema, MACRO, Radio3, Auditorium Parco della Musica, Roma; Villa Romana, Firenze; FW2013RTW (KUDOS), Galleria Federica Schiavo, Roma; Smeared with the gold of the opulent sun, Nomas Foundation, Roma; Re-Generation, Macro Roma, When in Rome, Istituto di Cultura di Los Angeles.

Lingua mamma

Mariana Ferratto, Sara Basta

14/15.06.2013 

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Dopo la presentazione giovedì 13 giugno 2013 del progetto Lingua mamma presso il Dipartimento Educazione del MAXXI, a cura di Stefania VanniniThe Gallery Apart ospita nei suoi spazi di via Francesco Negri 43 l’installazione complessiva recante le diverse componenti del progetto stesso.
Lingua mamma
 è un progetto ideato da Sara Basta Mariana Ferratto, curato da Emanuela Termine e promosso dalla biblioteca comunale “Dino Penazzato” di Roma, in collaborazione con la scuola elementare “Carlo Pisacane” di Roma, l’Ambasciata in Italia del Bangladesh Sala 1 Centro Internazionale d’Arte Contemporanea.
Il progetto ha vinto il concorso “Arte, Patrimonio e Diritti Umani”, indetto da Connecting Cultures, agenzia di ricerca per l’arte e il territorio in partnership con Fondazione ISMU – Patrimonio Intercultura, con il sostegno del Ministero per i Beni e  le Attività Culturali.
Lingua Mamma 
nasce da una considerazione sul linguaggio come primo elemento di differenza tangibile tra le culture, come primo veicolo per l’identificazione della realtà e per la costruzione della propria identità. Pensato per la comunità bangladese di Roma al fine di studiare un percorso di scambio atistico-linguistico tra bambini italiani e bangladesi e tra bambini e madri bangladesi e italiane, il progetto si è poi trasformato e adattato alla realtà della scuola e alle diverse nazionalità di provenienza dei bambini (oltre che bangladese, tunisina, venezuelana, romena, cinese, albanese).
Le artiste hanno considerato i bambini come i principali mediatori per le donne e le famiglie in Italia nell’apprendimento della nuova lingua. Molte mamme straniere, infatti, non hanno occasioni di relazionarsi al di fuori della propria famiglia, almeno nei primi tempi. Imparano quindi la lingua italiana attraverso il filtro dei figli, che si integrano molto più rapidamente perché frequentano la scuola o perché giocano con gli altri bambini. Attraverso di loro, le madri possono avviare i primi passi verso l´integrazione. Il progetto vuole quindi aiutare il naturale apprendimento della lingua nei bambini e il potenziale passaggio attraverso di loro nelle donne. Inoltre esso si focalizza sulla relazione madre­figlio come vettore principale per la costruzione di un’identità comune.
Le attività hanno coinvolto bambini della prima classe che hanno interagito tra loro e con le artiste in azioni volte a rendere i bambini stessi consapevoli del loro corpo e dello spazio circostante, tanto da usare il corpo stesso e le sue singole parti disegnate come spunto per la creazione di un vocabolario multilingue da utilizzare in classe e da condividere con le proprie famiglie. Successivamente è stato avviato uno scambio tra i bambini e le mamme, nonché tra le stesse mamme, per facilitare l’azione reciproca di mediazione linguistica e di integrazione.
Il materiale prodotto nel corso del progetto viene presentato in galleria sia in quanto testimonianza sia soprattutto quale veicolo di comprensione e diffusione del messaggio. Si tratta di un video della durata di circa tre minuti intitolato Fais Dodò che testimonia degli incontri e degli scambi avvenuti tra i bambini e le mamme, del video in loop Apo in cui un bambino bangladese ripete la strofa di una ninna nanna in italiano, di una serie di disegni fatti dai bambini che compongono un vocabolario multilingue, di stampe dei vocabolari multilingue e di un audio con le ninne nanne cantate dalle mamme.

IDENTIK.IT

gruppoGruppo, Gloria Pasotti, Jacopo Natoli

19.04.2012 – 28.04.2012

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Il collettivo curatoriale Gruntumolani, formato da Ex allievi del Master in Curatore Museale e di Eventi dello IED – Istituto Europeo del Design – di Roma, è lieto di presentare le opere vincitrici del concorso d’arte video Identik.IT, nato per valorizzare giovani talenti emergenti e promuovere una riflessione sul tema dell’identità italiana.

La mostra, che avrà luogo presso gli spazi di The Gallery Apart, è il primo di tre appuntamenti di un progetto espositivo itinerante dislocato sul territorio nazionale che vedrà il coinvolgimento anche delle sedi di Careof a Milano e del Museo Nitsch a Napoli.

Una giuria di esperti ha premiato Secret Lives di gruppoGruppo, S.P.Q.T. – Memorie Tiburtine di Jacopo Natoli, Fratelli d’Italia l’Italia si è persa di Gloria Pasotti, per l’attenta analisi di territorio, lingua, cultura e tradizioni nazionali, quali fattori chiave di un processo in trasformazione che ha origine dall’incontro con l’altro.

Secret Lives
 di gruppoGruppo è un trittico dedicato ai compositori italiani Luciano Berio, Franco Donatoni e Bruno Maderna. Grazie alla manipolazione e commistione di immagini e brani tratti dai repertori dei tre musicisti, Sinfonia per Berio, Hot per Donatoni e Venetian journal per Maderna, prendono vita variabili sonore, strutture cellulari, paesaggi possibili.

In S.P.Q.T – Memorie Tiburtine Jacopo Natoli esplora paesaggi urbani che paiono sospesi sul bordo di un ricordo. Ad affiorare compiutamente alla mente dell’autore è un repertorio di memorie dove la storia che si racconta viene rivelata a poco a poco decifrando ogni segno. Vademecum sono i versi del poeta tiburtino Fiorenzo Cialone in Lu riò, i cui scorci ispirano le suggestive riprese del video-artista romano in un sodalizio di rara coerenza: “[…] Conoscio tutti quanti li cantuni,/le strate, le scalette e lli portuni,/li sò girati tutti a pparmu a pparmu,/li vardo e me l’aggusto carmu carmu.”

Per Gloria Pasotti l’inno nazionale Fratelli d’Italia, scritto da Goffredo Mameli e musicato da Michele Novaro nel 1847, è non solo il simbolo dell’unità italiana, ma spunto di riflessione sul senso d’appartenenza allo Stato italiano e sul significato stesso di un’identità che rifiuta di lasciarsi delimitare, circoscrivere, etichettare. In Fratelli d’Italia l’Italia si è persa, il canto spezzato dell’autrice che si propaga alterato nell’acqua, è metafora di un “dire spaccato”, di un io ed un Paese che s’incontrano e si fondono nella ricerca del sé.

GruppoGruppo
 è un collettivo italo-svedese composto da Fabio Monni ed Alessandro Perini. Artisti multimediali, performer e compositori di musica elettronica vantano innumerevoli premi e partecipazioni internazionali in Italia, Danimarca, Olanda, Svezia, Svizzera. Loro opere sono state presentate presso la Biennale di Venezia, Connect Festival, European Organ Festival, Interference, Tec Art Eco Festival.

Nato a Roma nel 1985, fiorentino d’adozione, Jacopo Natoli dopo il diploma in pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Roma, ha completato il proprio percorso di studi presso il Chelsea College of Art and Design di Londra. Ha all’attivo numerose esposizioni in Italia e all’estero, tra cui ricordiamo Roma, Tivoli, Firenze, Londra, nonché significative esperienze di collaborazione con Simon Fujiwara (2010) e Fedor Pavlov-Andreevich (2009).


Gloria Pasotti
, nata nel 1987 a Brescia, dove si è laureata in Lettere e Filosofia, attualmente vive e lavora a Milano, allieva del biennio specialistico in Fotografia dell’Accademia di Brera. La fotografia è per la giovane artista un percorso alla ricerca del proprio sguardo e dell’istante in cui esso si incontra con le cose, strumento di narrazione e creazione di realtà nuove. Dopo aver partecipato ad alcuni workshop con autori internazionali quali Olivo Barbieri, Gea Casolaro, Cesare Pietroiusti, Franco Vaccari, lo scorso anno ha esposto presso la Fabbrica del Vapore a Milano.

BOXES

Pietro Berardi, Ester Bozzoni, Lorenzo Mazzi, Caterina Rossato

14.01.2009 – 17.01.2009

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BOXES

Pietro Berardi, Ester Bozzoni, Lorenzo Mazzi, Caterina Rossato

EX-STATICA

Fabrizio Passarella

Centro de Exposiciones Buenos Aires

25.11.2004 – 30.11.2004

Exhibition Views

La stagione espositiva della D’AC prosegue con la singolare mostra
“Ex-statica” di Fabrizio Passarella, artista inserito a pieno titolo tra gli esponenti della nuova pittura d’immagine italiana.
Dopo la partecipazione alla prestigiosa esposizione internazionale “Futuro Italiano”, tenutasi al Parlamento Europeo di Bruxelles, Passarella crea per la D’AC una vera e propria maxi-installazione di 5 grandi arazzi digitali e un grande dipinto.
Gli arazzi verranno installati , in sequenza, come un passaggio tra un velo iniziatico e l’altro, come schermi sottili, dove campi di forza estetica ed estatica suggeriscono “uscite dal mondo” di differente qualità ma di uguale natura. (Mistici come Ramakrishna assicurano di aver raggiunto la divinità attraverso la pratica di ogni differente religione).
Il repertorio iconografico, organizzato secondo lo schema del mandala (di origine orientale, ma comune a tutte le culture), è eterogeneo e desunto, infatti, dalle principali religioni: divinità e simboli del Buddismo, Islamismo, Cristianesimo, Induismo, ed Ebraismo, convivono con oggetti e forme appartenenti alla realtà quotidiana sino a formare veri e propri assemblaggi di immagini assolutamente contemporanei – un gioioso caleidoscopio hindu, una dolorosa vertigine cristica ecc.
Il risultato costituisce una fusione armonica di forme apparentemente lontane come, ad esempio, quella di una molecola accostata alla divinità Indù, ma poi profondamente collegate da una storia simbolica comune. Gli assemblaggi di Passarella, infatti, non sono casuali e composti secondo una logica puramente estetica, ma vivono di una riflessione sul significato profondo del percorso simbolico che porta alla definizione formale dell’Icona.
A fare da sintesi, un grande quadro, in cui la pittura segue la traccia digitale e la ritrasforma attraverso l’apporto manuale, secondo la particolare ricerca, ormai pluriennale, dell’artista. In esso gli elementi focali di ogni arazzo sono riassemblati in un nuovo mandala che unisce e ricompone i diversi sentieri per giungere al centro, al cuore, rappresentato nella sua forma più reale e “sanguinante” a dispetto dei diagrammi simbolici. Il cuore come fulcro del mandala corporale e dell’esperienza fisica di ognuno, in cui il personalissimo e l’impersonale si fondono e convivono, come ci hanno insegnato le grandi figure mistiche: Santa Teresa e Sant’Ignazio, Rumi e Rabi’a, Kabir e Mira, per citarne alcune. Poiché “il cuore che ti batte in petto non è solo il tuo cuore: è un sole microcosmico, un universo di tutte le esperienze possibili che non sono proprietà esclusiva di nessuno” (J. Hillman) – la pompa, l’occhio e l’anima del mondo.
La mostra è a cura di Tiziana D’Acchille.
Catalogo con testi di Tiziana D’Acchille, Lorenzo Canova e Massimo Canevacci. 
orari: mer gio ven sab 17-20 – festività escluse